“Come spiegherebbe a un bambino che cosa è la felicità?” “Non glielo spiegherei. Gli darei un pallone per farlo giocare”, cit. Eduardo Galeano.
Erano un gruppetto di “mocciosi”, ognuno con un’espressione diversa e un sogno differente da realizzare. Li accomunava però la vivacità, la curiosità e l’innocenza dei loro quattro anni. A quell’età si erano conosciuti in un asilo al confine tra Bollate e Cassina de’ Girasoli. La scuola materna era lì da quasi cinquant’anni e, nel pieno della sua maturità, li aveva accolti e coccolati. Come l’asilo, anche loro erano nati in quella “terra di mezzo” dove, se stai al di qua, sei “rispettabile”, mentre, al di là, non sei più “credibile”, sparisci nella “Corea” delle vecchie case popolari e rischi di perderti nel “bosco” frequentando compagnie poco raccomandabili.
Loro, insieme a noi, avevano scelto di credere che ci fosse una possibilità oltre confine. E così, grazie alla nostra imprudenza e allo stupore dell’innocenza dei loro occhi smaniosi di correre dietro una palla e diventare tutt’uno con il fango, ci credemmo e varcammo i cancelli della Solea perché i suoi colori giallo-verdi, come quelli di un sole che illumina un prato, suscitavano fiducia e speranza…
Manuela Bertulli: lavoro in un Ospedale milanese presso un laboratorio di Microbiologia e Bioemergenze che in questo periodo si occupa soprattutto dell’emergenza Covid. Sono quindi molto impegnata a rincorrere tamponi… facciamo questo ormai da più di un anno, notte e giorno… ma come voi amo la libertà e ho nostalgia del tempo in cui i bambini andavano a scuola e quello che rincorrevano era solo un pallone in un campo da calcio.
“Per quanto i tecnocrati lo programmino, per quanto i potenti le manipolino”, il calcio e, più in generale, le discipline sportive, continuano ad essere “l’arte dell’imprevisto”.Eduardo Galeano
In principio c’era Bettega e Bettega era presso Causio e il Barone, insieme a Pietruzzu Anastasi, erano -per me- quasi delle divinità mitologiche…
Negli anni settanta a Milano in via Concilio Vaticano II (Quarto Oggiaro), si giocava a pallone dappertutto: nei cortili, nonostante il divieto della signora Pina – la custode – che minacciava di sequestro di persona chiunque si aggirasse nei giardinetti del condominio con un pallone in mano; in strada, specie nei pressi della pericolosa “chicane” che consentiva agli autoveicoli e alla 57 della linea Q.O.-Cairoli di compiere il percorso a ritroso verso la famigerata via Lopez (Hic sunt leones!); davanti alla panetteria dei “picari” irpini Mimmo e Saverio e, in buona sostanza, ovunque ci fosse uno spiazzo disponibile. Se non si disponeva di un pallone –preferibilmente di cuoio o di gomma dura– ci si arrabattava con qualsiasi oggetto sferico utile a disputare incontri di calcio che si protraevano –come vuole la vulgata – sino a tarda sera.
In particolare, il luogo deputato per effettuare le nostre interminabili partite era la Cava Cabassi, un’orrida e selvaggia voragine color biscotto piena di sterpi e rovi che costeggiava – per un lungo tratto– i binari delle Ferrovie Nord. Come in uno di quei film di Sergio Leone sul Far West, le nostre partite erano spesso interrotte dallo sferragliare dei vetusti trenini delle Nord che si dirigevano, dopo aver caricato alla fermata di Quarto pendolari, studenti, pensionati, borseggiatori e postulanti vari, verso la stazione di piazzale Cadorna.
Nelle immediate adiacenze delle cava, c’era una colata in cemento contornata da una recinzione di ferro colorata di nero e blu (forse da un interista), ben presto ossidata. Issate a forza, alle due estremità della piastra, facevano bella mostra di sé due strutture metalliche contorte che sorreggevano altrettanti canestri da basket sprovvisti di retìna da tempo immemorabile. Questo improvvisato campo di pallacanestro era considerato – da tutti i ragazzi di Concilio – il tempio del calcetto, meglio di Wembley, del Maracanã di Rio o del Piccolo San Siro…
Maurizio De Filippis, laureato in Storia. Ha pubblicato vari articoli di storia della medicina, storia ospedaliera e della sanità. Tra i suoi lavori più recenti: I Camilliani a Pavia. Dal 1693 al servizio dei malati, CdG edizioni, 2019; San Giovanni in Conca: storie, leggende, curiosità in Nell’omonima via. I racconti del Drago Verde, Edizioni della Vigna, Arese (MI), 2017; Un viaggio lungo un secolo in Tra mezzanotte e l’alba, Edizioni della Vigna, Arese (MI), 2015; L’Ordine dei Ministri degli Infermi nella storia della Chiesa di Milano, Ares, Milano, 2010.
L’arrampicata non è tanto raggiungere la cima, ma piuttosto tutto quello che sta nel mezzo.Lynn Hill
Milano ha una ubicazione perfetta. E’ li, centrale a tutto. Non per niente l’etimologia del suo toponimo latino “Mediolanum”, città di mezzo, spiega come la città sia facilmente accessibile da ogni luogo o meglio come dalla città stessa si possa, in un tempo limitato, raggiungere quasi ogni località.
In giornata si possono visitare cittadine storiche, località di mare, laghi e soprattutto montagne di rara bellezza. Non è possibile contare le cime che si possono scalare partendo dal capoluogo lombardo.
Conquistare vette è uno dei miei sport preferiti. Impagabile è l’opportunità di farlo partendo da Milano la mattina presto e rientrando al calar del sole. Sono oltre 200 i monti della mia collezione. Mi fa impazzire pensare che ci si possa svegliare al cospetto del Duomo o con vista su qualche grattacielo dello splendido quartiere Porta Nuova e trovarti, dopo poche ore, in vetta, per esempio, all’impervio e panoramico cocùzzolo del Pizzo del Becco. La bellezza e la storia di questa città, anche con il suo caos, e la tranquillità e l’imponenza di maestose montagne. Roba da far rimanere senza parole, roba da sindrome di Stendhal.
L’escursione al Pizzo del Becco è abbastanza impegnativa e prevede preparazione fisica e un po’di destrezza per il finale caratterizzato da ferrata e roccette ma altamente appagante per la varietà e la spettacolarità del percorso.
PIZZO DEL BECCO
Altitudine: 2.507 m
Partenza: baite di Mezzeno – Capovalle di Roncobello (Val Brembana – Alpi Orobiche)
Tempo in auto da Milano: h 1,30
Dislivello: 1.350 m
Tempo di salita: h 4,00
Periodo: ottobre 2020
Accesso
Punto la sveglia alle 7.00 della domenica mattina, quando solitamente ho appena cominciato a sognare. Velocemente mi connetto con il mio usuale compagno di avventura: Moniek che vive con me!! Abbondante colazione e via.
Prendo l’autostrada Milano-Venezia, poi uscendo a Dalmine, la Val Brembana. Superata Piazza Brembana si gira a destra in località Roncobello e si sale sino a Capovalle. Da qui passando per un strada sbarrata a pagamento si raggiungono le baite di Mezzeno dove ha inizio la cavalcata.
Descrizione percorso
L’inizio della salita, prendendo il sentiero con indicazione Rifugio Laghi Gemelli, è deciso e per un’ora abbondante non molla salvo un paio di pianori che dividono gli strappi fino ad arrivare al Passo di Mezzeno segnalato anche dalla presenza di una croce. Da qui è visibile per la prima volta la nostra meta finale.
Scollinato il passo, si prosegue per mezz’ora per un sentiero in discesa che conduce al Rifugio Laghi Gemelli meta di parecchi escursionisti provenienti anche da Carona. La discesa è panoramica ed è caratterizzata dalla vista sulla destra dei laghi sovrastati dal Pizzo Farno ed in fronte dalla spettacolare sagoma della piramide del Pizzo del Becco.
Arrivati al rifugio che meriterebbe una sosta, si prosegue attraversando la diga appena sottostante e tenendo la sinistra si raggiunge il Lago Colombo. Dopo averlo attraversato si tiene ancora la sinistra e si trova il sentiero che, sempre a salire, indica l’attacco al Pizzo. Una diagonale in ascesa conduce ad una conca caratterizzata da pietre molto grosse. Attraversata la pietraia, si trova un breve tratto erboso dove c’è l’attacco della ferrata. Inopportunamente non abbiamo con noi il kit da ferrata ma anche per chi è esperto di montagna consiglio di portarlo con sé.
Ferrata breve, con i primi metri più impegnativi. Qui, una splendida sorpresa, alzando lo sguardo per indicare l’esatto appiglio a Moniek, mi accorgo che a salire siamo diventati in tre! Ad un metro e mezzo di distanza, su una minuscola cengetta non visibile, un chiodo sotto, impatto con “Arturo un incurante stambecco che mi guarda, in piedi sul muro”. Uno scambio di usuali battute sul tempo, due consigli sull’ascesa, un cordiale saluto e si riprende per gli ultimi 60 metri di roccia attrezzata.
Terminata la ferrata il percorso resta ripido fino ad arrivare ad una crestina. Sempre su roccia, proseguendo in cresta con alcuni passaggi esposti, in quindici minuti circa si raggiunge la croce di vetta. Sono trascorse 3 ore e mezza dalla partenza. Il panorama è splendido. Una mela, un po’ di frutta secca ed un meritato riposo dopo la fatica ci fanno perdere un po’ troppo tempo in vetta e poi… la Sindrome di Stendhal!
Durante la discesa incontriamo nuovamente Arturo, questa volta adagiato comodamente su un grosso sasso e perdiamo ancora del tempo ad osservarlo perché un’occasione simile non capita poi così spesso. Sembra quasi un’animale domestico tanto la nostra presenza non lo disturba.
Arriviamo nuovamente ai laghi dove vorremmo fare un tuffo rigenerante ma il tempo non è nostro amico. Non sarebbe la prima volta che, al termine di una escursione montana, decidiamo di effettuare una nuotata a 3.000 metri di altitudine. Ricordo un episodio al lago Antermoia nelle Dolomiti. Ero con Moniek e qualche amico al Molignon, sulla ferrata Laurenzi. Finito l’impegno in roccia arrivammo a questo laghetto circondato da un nevaio. Un gitante tedesco ci sfidò, con sguardo fiero entrando con i piedi nelle acque gelide. Moniek, da buon olandese, reagì alla provocazione del vicino teutonico ed immediatamente osò molto di più tuffandosi letteralmente nel lago con spavalderia. Gli amici mi guardarono con quello sguardo che dice molto più di tante parole e che significa: “l’ha fatto la tua donna non puoi tirarti indietro”. Non potei far altro che tuffarmi ed a quel punto, feci pure un po’ di bracciate prima di uscire trionfante dall’acqua… Non tanto per l’esperienza fatta quanto per aver evitato gli sfottò che non ho dubbi, mi avrebbero accompagnati per tutta la vita.
Arrivati nuovamente al rifugio, dopo un caffè rigenerante, ripartiamo senza fermarci perché ci restano ancora quasi due ore di cammino ed essendo ormai autunno, il tramonto arriva presto. Risaliamo quindi al passo di Mazzeno e ridiscendiamo quasi interamente correndo per evitare di ritornare all’auto col buio, cosa che è assolutamente da evitare in montagna specie se non si hanno delle torce con sé.
P.S. con le energie che cominciano a scarseggiare ho scoperto come un po’ di caffeina sia realmente sufficiente a dare una piccola botta di extra sprint veramente utile in talune circostanze.
Cv Carlo Braga: nato a Varese nel 1963, collabora con Oluce, società storica del design, adora la bicicletta e la montagna in tutte le sue sfumature. Ha scritto brevi racconti a scopo ludico.
Minimal Incipit è un’idea del grafico pubblicitario C[h]erotto (Giancarlo Pasquali), autore della cover “La testa nel pallone” e dei disegni interni al libro.
Nato qualche anno fa con le idee non ancora ben chiare su quello che farà da grande: è indeciso tra il grafico e l’edicolante. Da bambino sfoga la propria creatività disegnando, da adulto (più o meno) nulla cambierà: ed ecco che, nell’indecisione, è la bizzarra vocazione per il mestiere di grafico ad avere la meglio.
Grazie all’amore congiunto per grafica, fumetti, letteratura e stile minimale, in una notte di novembre del 2012 nascono i Minimal Incipit.
Più forte ancora di quello che provai quando il difensore centrale del Brasile mi ruppe il menisco, con quella entrata assassina proprio sul mio ginocchio destro.
Bel modo di concludere la finale della Coppa del Mondo di calcio del 2026, proprio in questo stadio, a Roma, dopo aver segnato il gol che permise all’Italia di vincerla, quella Coppa del Mondo: uscire in barella a dieci minuti dal novantesimo, senza aver la soddisfazione di alzarla, la Coppa che avevo contribuito a riportare in Italia! E adesso sono qui, nello stesso stadio, con un dolore ancora più forte e con la paura che questo non sia l’unico che questi carnefici mi faranno provare.
Chi l’avrebbe detto che in soli quattro anni sarei passato da campione del mondo a deputato del Partito del Popolo e poi a prigioniero politico di questi farabutti che ci hanno sequestrato dopo aver chiuso la Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica, ed ammassati proprio qui, nello Stadio Olimpico, che fu teatro della nostra vittoria contro il Brasile, con il mio gol di mezza rovesciata al volo… Ho paura, Signore aiutami! Questo militare mi ha sicuramente spezzato una rotula, con quel martello! Ho paura…”
Il 5 luglio 2030, Luca Antinori, ex attaccante del Milan e della Nazionale di calcio italiana, veniva ucciso da una scarica elettrica infertagli dopo che gli erano state spezzate le rotule con un martello, perché esponente del partito di opposizione al governo golpista, salito al potere pochi giorni prima.
“ Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia” Francesco De Gregori
Rino Morales, medico. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche nel campo dell’Immunologia, della Biologia molecolare e della Medicina rigenerativa. Nel tempo libero dal suo lavoro scrive racconti.
“L’intreccio delle braccia ricama l’aria, divaria in salti silenziosi. Il pavimento geme e i passi sono tonfi di sassi in acqua. L’applauso scoppia. Occhi, sui denti, di fuoco. Azzurri e bianchi i colori del gioco”. – A. Barolini – Pallacanestro, 1959
Mi passano la palla sotto canestro appena fuori dall’area, con il corpo fingo il tiro e il mio diretto avversario “abbocca” saltando istintivamente ad ostacolarmi la vista. Prima che i suoi piedi ritocchino terra mi elevo a mia volta di trenta, forse quaranta centimetri dal suolo e la mia mano destra “accarezza” il pallone imprimendogli la giusta parabola, mentre la sinistra fa la sua parte garantendone l’esatta traiettoria e… ciuf! Il pesante pallone arancione passa attraverso il canestro senza nemmeno toccare il cerchietto metallico. La retina non c’è. Forse rubata da qualcuno, giusto per il gusto di farlo.
Il punto è così silenzioso da far pensare che la palla sia addirittura passata all’esterno. Subito dopo arrivano i complimenti dei compagni di squadra che mi porgono le mani per “battere il cinque”, mani che io colpisco rumorosamente facendo collidere i palmi. Davanti ad un tiro così magistralmente eseguito anche uno degli avversari accenna ad un breve applauso sorridendomi. Così ricordo uno dei numerosi momenti di gioia che lo sport mi ha donato, piccole vittorie in piccole guerre quotidiane, battaglie dove però esiste solo l’avversario ma non il nemico!
Se dovessi osare una metafora per descrivere una partita di basket giocata “tre contro tre” a un solo canestro su un playground di periferia, la paragonerei ad una rissa tra ubriachi in un pub irlandese. Se ci pensate bene calza a pennello: basta mettete al posto dell’alcool un inebriante agonismo e al posto dei pugni un bel po’ di spintoni e strattoni. E alla fine, tutti alla latteria di Beppe a bere una spuma all’arancia, discutendo ancora della partita, rilassati e piacevolmente stanchi ma già proiettati con la testa al giorno dopo per una nuova ed eccitante sfida!
Gianni Marangi
Gianni Marangi: Il mio nome è Antonio Marangi, anche se sono conosciuto da tutti solo come Gianni. Di professione faccio da più di trent’anni il tecnico televisivo (non quello che ripara i televisori, ma quello che “fa” la televisione!) presso la RAI di Milano. Amo da sempre scrivere anche se, per provare a farlo “sul serio”, devo lottare contro una pigrizia mentale fuori dal comune e il mio sogno sarebbe quello (comune forse a tutti gli aspiranti scrittori) di scrivere un romanzo che tratti una storia mai narrata prima e non banale. Chissà…
“Loro sono più forti sulla carta, però si gioca sull’erba”, cit. Nereo Rocco
Le sirene sono creature affascinanti che, grazie ad una voce melodiosa, incantano i marinai per farli naufragare sugli scogli. Il loro canto, ricco di seducenti promesse, ha ammaliato per una settimana i giocatori del Real Madrid inducendoli a credere in un piccolo grande sogno. La vittoria finale è ad un passo, basta sconfiggere la Solese di Bollate, gemella diversa.
Sulla carta il Real è favorito. Il football si gioca sull’erba ma non si può resistere alle lusinghe delle sirene. Sospeso tra sogno e realtà, quello della formazione madrilena è stato un brusco risveglio. Dopo un primo tempo equilibrato, aperto dal gol di Benzema e chiuso dal pareggio di Lollo, una piccola creatura acquatica dai denti aguzzi si è aggrappata al timone della nave pilotata da Zidane per trascinarla nell’abisso. Gabo e Fede, insensibili al richiamo canoro, guidano la remuntada bollatese nel secondo tempo che si conclude 3-1.
Ora non canta più nessuno e sullo stadio londinese di Wembley è sceso l’oblio. Per il Real non c’è lieto fine. Si può eludere la melodia delle sirene ma nessuno sfugge al loro silenzio. La compagine bollatese riemerge dai marosi ed ottiene la vittoria nella Champions League.
Maurizio De Filippis, laureato in Storia. Ha pubblicato vari articoli di storia della medicina, storia ospedaliera e della sanità. Tra i suoi lavori più recenti: I Camilliani a Pavia. Dal 1693 al servizio dei malati, CdG edizioni, 2019; San Giovanni in Conca: storie, leggende, curiosità in Nell’omonima via. I racconti del Drago Verde, Edizioni della Vigna, Arese (MI), 2017; Un viaggio lungo un secolo in Tra mezzanotte e l’alba, Edizioni della Vigna, Arese (MI), 2015; L’Ordine dei Ministri degli Infermi nella storia della Chiesa di Milano, Ares, Milano, 2010.