“Una vita da mediano, lavorando come Oriali, anni di fatica e botte e vinci casomai i Mondiali”. Luciano Ligabue, Una vita da mediano, in Miss Mondo, 1999.
Ho iniziato ad amare il calcio fin dalla tenera età di quattro o cinque anni, nemmeno il tempo, insomma, di affacciarmi alla soglia del 1970. Una passione, la mia, dovuta, ne sono profondamente convinto, a una predisposizione genetica ereditata dal nonno materno, che sul finire degli anni venti del XX secolo aveva militato in serie A, nelle file della mitica Pro Patria. Lo chiamavano il motorino biondo, per via dei capelli chiari e di un’inesauribile propensione alla corsa che lo rendeva imprendibile anche ai più arcigni difensori avversari. Mezzala, ma talvolta anche esterno di centrocampo, ciuffo ribelle, dribbling secco e gamba robusta, il nonno si ritirò ancora giovane, a causa di un grave incidente al costato, solo poco prima di firmare un regale contratto per la Juventus. Circostanza che, nonostante il dispiacere per una carriera prematuramente interrotta, ho sempre pensato fosse un sorta di anticipato tributo d’affetto verso il nipotino, che tempo dopo sarebbe divenuto interista e acerrimo rivale sportivo dei bianconeri. Fu lui a presentarmi il pallone, il rettangolo verde, le scarpette chiodate e le gradinate dello stadio. Era lui, il mio bellissimo nonno, sciupafemmine e comunista, che mi teneva sulle gambe quando, piccolissimo, guardavo le mie prime partite di calcio nel televisore in bianco e nero della sala. Seduto come un pascià sulle sue cosce muscolose, un braccio intorno al collo e l’altro infilato in un pacchetto di patatine, ricordo come fosse oggi il profumo del suo dopobarba e il tono paziente con cui arginava un inesauribile fiume di domande…
Nicola Chinellato, nato a Roma nel 1966, laureato in Legge, ha scritto diversi racconti e amministra il blog di musica “Come un killer sotto il sole”. È responsabile del magazine musicale Loudd.it.
I racconti contenuti in questo volume non rientrano in un ben definito genere letterario anche se, per il tipo di linguaggio utilizzato e per la natura dei temi trattati, potrebbero considerarsi vicini a una forma di letteratura “fantasportiva”.
Lo sport ha dietro di sé una lunga storia fortemente radicata nel nostro immaginario collettivo. L’attività sportiva, nella sua dimensione sociale ed educativa, rappresenta un tòpos letterario irreale e tangibile allo stesso tempo. Un luogo immaginario e “incantato” in cui i sogni adolescenziali, le aspettative dell’età adulta e le differenti vicende soggettive si armonizzano e si concretizzano sino a formare un insieme stratificato di storie che, se convenientemente esaminate, rivelano lo stretto legame esistente tra memoria collettiva, identità personale e passione individuale.
L’oggetto del presente lavoro è il tentativo di stabilire un dialogo fatto di ricordi, racconti e cronache “minime” con tutti coloro che hanno condiviso l’esperienza formativa di una “vita” vissuta correndo dietro a un pallone o praticando uno sport.
In un’epoca in cui le logiche economico-organizzative globali sembrano prevalere sugli aspetti puramente culturali, sociali, ludici ed educativi dello sport, occorre ricordare con Eduardo Galeano che, “per quanto i tecnocrati lo programmino, per quanto i potenti le manipolino”, il calcio e, più in generale, le discipline sportive, continuano a essere “l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventar scemo l’atleta scolpito in Grecia”.
Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada lì ricomincia la storia del calcio, Jorge L. Borges
Da bambino sognavo di diventare un calciatore famoso. La cosa però non andava a genio a mia madre. La sentivo spesso parlottare con Papà. “Cos’è questa storia del calcio? Lui deve studiare. Vogliamo che nostro figlio abbandoni la scuola, che cresca ignorante? Ricco, famoso e analfabeta”. Papà non diceva nulla. Ho giocato, con alterne fortune, in squadre minori, ma non sono riuscito mai ad emergere. Ero bravo, ma con poco carattere. E quando ho smesso di pensare alla carriera calcistica, qualcosa si è sbloccato dentro di me. Non ho più sentito addosso la responsabilità del successo da raggiungere. Andavo allegramente a giocare con gli amici, scatenando applausi e suscitando consensi. Mi ha colpito la definizione che ha dato di me un collega e amico sul giornalino che stampavamo dopo le nostre partitelle. “Ermanno è un giocatore completo: in difesa è più fastidioso degli avvocati di Berlusconi, a centrocampo è utile come una pensione integrativa e in attacco è prezioso come un tartufo d’Alba”. E mi è bastato questo, per sentirmi felice…
Ermanno Accardi, classe 1960, siciliano di nascita e milanese di adozione, laureato in Scienze Politiche, è giornalista professionista, scrittore e blogger. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni e diversi libri.
“Il pallone è una bella cosa, ma non va dimenticato che è gonfio d’aria”. Giovanni Trapattoni
Seduta su quella sedia del Pronto Soccorso dell’Ospedale “Sacco”, in mezzo alla gente che attende di essere visitata, o che attende notizie di amici o parenti, Sabine pensa al motivo per il quale oggi pomeriggio ha deciso di seguire il marito, invece di andarsene alla Rinascente con le sue amiche, come ha sempre fatto in passato quando Roberto andava alla partita di Luca, loro figlio. Si chiede pure se la sua presenza, oggi, sia stata la causa di quel che è capitato. O se sarebbe capitato comunque. L’Ospedale “Luigi Sacco”, polo universitario conosciuto anche come Ospedale Vialba, è una tra le più importanti strutture ospedaliere milanesi. Sorto nel 1927 come sanatorio, alla stregua dell’Ospedale “Santa Corona” di Garbagnate Milanese, costruito cinque anni prima.
Sabine è una sana, equilibrata e disinteressata signora tedesca, figlia di un toscano ma nativa di Berlino. E’ la moglie, felice fino ad un paio di ore or sono, di un sanguigno italiano di nome Roberto, milanese da molte generazioni e tifoso depresso dell’Inter. È anche la madre di Luca, ragazzino di tredici anni molto esperto di “4-4-2”, di “4-3-3” e di “3-5-2”, quasi quanto, per gioia della mamma, del teorema di Pitagora o della Rivoluzione Francese.
Non avrebbe mai pensato, in quella estate del 1995, che quella storia balneare con il giovane italiano rampante l’avrebbe condotta fin qui. Ma la domanda è: se l’avesse anche solo lontanamente immaginato, avrebbe mollato le sue due amiche al “Bagno 110 da Giorgio” a Milano Marittima, per andare a sdraiarsi in pineta con Roberto, conosciuto da poche ore sotto gli ombrelloni? Ora Sabine si sforza di rispondere a questa domanda, perché, in effetti, in molti anni di vita comune, di amore e di stima verso quest’uomo, questo lato oscuro della sua personalità le era veramente sfuggito. Era stata fino a quel momento una vacanza divertente: le tre ragazze erano arrivate dopo un viaggio durato quasi due giorni, attraversando l’Austria e l’Italia nord orientale con la vecchia utilitaria di Sabine, allora studentessa ventiquattrenne. Avevano preso alloggio in una pensioncina a basso prezzo, dove la via Gramsci confluisce con la via Toti, uno dei grandi vialoni alberati che conducono agli stabilimenti balneari e si erano subito precipitate in spiaggia! Tanto sole, tanta birra, dormire poco, tanto rumore nelle discoteche. Questo era quello per cui erano venute e questo avevano effettivamente avuto da questa vacanza. L’ultimo loro desiderio, cioè conoscere e magari portarsi a letto qualcuno di questi sudati e focosi contenitori di testosterone italiani, invece, ad ormai una settimana dal loro previsto rientro in patria, non si era ancora avverato. A questo Sabine stava pensando, annoiata e un po’ frustrata da questo fatto, mentre, sdraiata sul lettino dello stabilimento balneare, cercava di catturare l’ultimo sole del pomeriggio e della sua vacanza. Era talmente assorta nei suoi pensieri che quasi non sentì quello che quel ragazzo le stava chiedendo:
“Ehi, mi senti? Mi capisci? Parli italiano? Du iou spik inglisc?”
Il tono della voce era pressante, “ mi daresti il pallone, per piacere?” “ è finito sotto il tuo lettino!”. Per fortuna lei parlava un discreto italiano, frutto della educazione del padre, che da Piombino era emigrato in Germania alla fine degli anni ’50 e che li si era sposato, e dei quindici giorni già passati a Milano Marittima, parlando per se stessa e per le sue amiche. “Scusa sai, ma non me ne ero accorta, adesso te lo prendo subito”, rispose mentre in realtà pensava che questi italiani, con la loro mania del pallone erano veramente pallosi!. Si chinò, raccolse la palla da sotto il lettino e, porgendola con entrambe le mani a quell’ombra che si stagliava contro sole rimase fulminata. “Mamma che bello!”, pensò nella lingua del padre. Lui se ne accorse e, recuperando lo sguardo dell’italiano a caccia: “ciao io sono Roberto, tu come ti chiami?”…
(estratto dal libro “La testa nel Pallone”, pubblicato da Edizioni della Vigna nel 2016. Il resto del racconto è disponibile su http://allorablu.blogspot.com/ )
Rino Morales
Rino Morales, medico. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche nel campo dell’Immunologia, della Biologia molecolare e della Medicina rigenerativa. Nel tempo libero dal suo lavoro scrive racconti.
Dividi una gara in 3 parti: corri la prima con la testa, la seconda con la tua personalità, la terza col cuore. – Mike Fanelli
Sei sono le parti del discorso: l’esordio, con il quale si capta la benevolenza dell’uditorio, l’esposizione dei fatti, la posizione che si intende prendere, le argomentazioni a favore e contro. Infine, dopo aver riassunto gli elementi anteriori, il sollecito alle emozioni del pubblico. Naturalmente, in questo breve scritto non intendo prendere in considerazione questa metodologia. Ciò di cui ho intenzione di occuparmi, invece, è una narrazione in sequenza di episodi che testimoniano, in termini sportivi, la mia ecletticità. Chi nell’arte o nella scienza non segue un determinato sistema o indirizzo, ma sceglie e armonizza i principi che ritiene migliori, viene definito eclettico. Io credo, in tal senso, di potermi definire uno “sportivo eclettico”. Mi sono cimentato, infatti, in diverse discipline e, pur senza eccellere in nessuna di queste, ho sempre tentato di attingere “il meglio” da ogni esperienza, senza preconcetti e rigidi schematismi mentali. Un po’ per vocazione, un po’ per la voglia di provare nuovi sport, non ne ho mai praticato uno in particolare ma, in compenso, ne ho provati tanti.
Nella provincia di Milano, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, non c’era né una grande attenzione allo sport né, come oggi, una capillare presenza di società sportive sul territorio. L’orientamento e gli stimoli a migliorare ci arrivavano, quindi, direttamente dagli “eroi” che guardavamo in televisione…
Simone Oggioni, architetto. Ricercatore universitario dal 1992 al 2012 presso il Politecnico di Milano, ha pubblicato diversi libri sulla tecnologia dell’architettura. E’ titolare dello Studio di Architettura Oggioni. Ha realizzato diversi progetti pubblici e privati nell’ambito dell’edilizia residenziale. Ha progettato il monumento dedicato ai caduti di Nassyria sito in piazza A. Moro a Bollate.
«Ho vissuto un calcio in cui certi liberi tiravano una riga vicino alla loro area e dicevano “se la passi ti spacco”. Tempi in cui per ottenere un rigore a Milano o Torino, non bastava un certificato medico di 15 giorni». Gigi Riva
Domenica mattina, alle nove meno un quarto, il suono delle campane che annunciavano la Santa Messa arrivava sempre in ritardo a casa di Napo. Lui lo aspettava sdraiato sul letto già vestito, sotto il poster di Cruyff, a sfogliare il suo album delle figurine Panini. Il primo rintocco, intenso e grasso, lo faceva scattare in piedi e correre verso la finestra che, dopo i binari del tram protetti da immensi olmi, si affacciava sul campetto da calcio dell’oratorio. Nelle gelide mattine di gennaio pareva un fazzoletto siberiano di terra e sassi, ma il gesso che delimitava grossolanamente il perimetro del rettangolo di gioco gli dava un tocco un po’ civettuolo. Da giorni aspettava quel momento per decidere quali scarpette portare alla partita del torneo di pallone. Per la prima volta nella sua breve ma intensa carriera di pedatore, infatti, aveva due paia di scarpe da calcio: quelle nuove a sei tacchetti intercambiabili; quelle da tredici fissi un po’ più logore, ma tenute come una reliquia. Le nuove scarpette fiammanti erano il frutto di un incessante pressing sul borsellino della madre e del meticoloso pellegrinaggio tra i negozi di articoli sportivi della zona. Li conosceva tutti ormai e, alla fine, commessi e padroni tolleravano di buon grado le sue incursioni tra gli scaffali e le sue lunghe dissertazioni sulle cuciture del cuoio o sugli attacchi dei tacchetti alla suola. Poteva raccontare pregi e difetti di tutte le marche e modelli, pur non avendole mai calzate…
Giovanni Francavilla, nato a Milano nel 1966 è giornalista professionista e scrittore. Ha lavorato in diverse testate nazionali e ha scritto alcuni racconti che non aggiungono nulla alla letteratura, ma non ha alcuna intenzione di smettere.
E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai, mi piace restar qui sullo stradone impolverato, se tu vuoi andare, vai… e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali”. P. Conte, Bartali in Un gelato al limon, 1979.
E Berlusconi?» Sorrisino. «Cosa mi dici di Berlusconi?» Quest’anno avevo proprio il timore di sentirmi porre questa domandina. Mia moglie è olandese e, come tutte le estati, ci rechiamo in vacanza per una settimana nel suo paese a fare visita a parenti, amici e mucche. Un posto fantastico, a misura d’uomo e di donna, dove tutto funziona alla perfezione, i bambini giocano per le strade e le auto si fermano per farli passare… e soprattutto chi va in bicicletta gode del massimo rispetto. Capirete… noi viviamo a Milano dove è tutto il contrario! Poi ci sono gli olandesi, gente veramente molto simpatica, grandi amici, persone superaffidabili, molto ospitali (sì, molto più dei milanesi) ma con un tantino (eufemismo) di egocentrismo e di onnipotenza che credo non abbia paragoni nelle altre nazioni europee. Loro sanno fare tutto meglio degli altri, loro sono più bravi in tutto, loro sono “i campioni del mondo” e devono sempre dimostrartelo, con le parole e i fatti. E con il sorrisino. Sì, con il sorrisino perché se malauguratamente ti capita di sbagliare, anche solo un accento, nella pronuncia della parola più difficile del loro vocabolario, prima ti correggono e poi fanno quel sorrisino irritante che vuol dire: “Ok, va bene ugualmente perché sei mio amico ma tu non capisci nulla o quasi, si vede che sei italiano, noi non sbagliamo mai e noi siamo semplicemente molto, ma molto più bravi di te…”
“La vita è un ciclo”, estratto dal libro “La testa nel Pallone”, pubblicato da Edizioni della Vigna nel 2016. Il racconto completo è disponibile su http://allorablu.blogspot.com/
Carlo Braga
Carlo Braga: nato a Varese nel 1963, collabora con Oluce, società storica del design, adora la bicicletta e la montagna in tutte le sue sfumature. Ha scritto brevi racconti a scopo ludico.
“Ogni volta che un bambino prendeacalci qualcosa per lastrada lì ricomincia lastoria del calcio”, cit. Jorge Luis Borges.
Giorgio correva veloce verso la porta lontana, volava nella polvere dello sterrato, volava sui suoi piedi magri e nudi, volava come Fasoli, l’ala della Pro Patria. La mamma, il giorno che lo aveva portato in collegio dalle suore, vicino a Busto, lo aveva consolato: «Dai Giorgio, va’ come è bello qui, c’è il parco, il campo da football e le suore sono brave e poi se hai dei problemi la Carla, tua sorella, è qui con te».
Giorgio ogni sera andava a letto e piangeva. Stava meglio a Milano, anche se cadevano le bombe… lì c’erano la mamma, le sorelle, gli amici, il monopattino e il pallone che gli aveva regalato lo zio.
Sì, il pallone! Che passione! Bello, di cuoio stringato, l’unico del cortile. Al pomeriggio dopo i compiti, tutti lì a correre scalzi dietro la palla e Milano era bella. La testa si perdeva nella magica atmosfera della partita di pallone. Sparivano le macerie, l’urlo delle sirene e l’odore dei rifugi e il cortile sembrava l’Arena.
«Dai Giorgio, torna a casa, è tardi!», gridava la mamma dal balcone. «Sì, arrivo mamma, un attimo». Raccoglieva le scarpe lasciate ai bordi del campetto, slacciava il fazzoletto annodato intorno al ditone del piede per calciare più forte e si toglieva la benda sulla fronte che proteggeva dalla stringa del pallone nei colpi di testa.
«Eccomi! Ma, mamma, ancora minestra!», «Giorgio, mangia la minestra o salta la finestra!»…
“Il ritmo, nel pugilato, è tutto. Qualsiasi movimento tu faccia, nasce dal cuore: o questo ha il ritmo giusto, o sei nei guai”, cit. Sugar Ray Robinson.
Sono nato in un piccolo quartiere di Napoli nel 1962, non ho mai conosciuto mio padre mentre mia madre era la prostituta del posto. Mio fratello Vincenzo, fan della boxe, a soli quattordici anni possedeva un destro micidiale ma, vivendo in un posto malfamato, dove i ragazzi della nostra età crescevano “malamente”, iniziò ad usare droghe d’ogni tipo bruciandosi la possibilità di diventare un vero pugile.
Mi chiamo Marco e a dieci anni ero già un grande appassionato di pugilato. Non perdevo nessun incontro che trasmettevano in televisione e adoravo guardare il cielo e le nuvole, soprattutto quando erano ferme e tranquille. A volte avrei voluto essere come loro.
Le mie giornate erano tristi, forse ero un asociale, raramente davo confidenza alle persone. Le mie insegnanti pensavano che avessi dei seri problemi in famiglia, certamente non ero felice della mia situazione ma, a quell’età, non ragionavo come adesso. I pomeriggi, finita la scuola, tornavo a casa passando da un parco del quartiere e mi fermavo su una panchina a disegnare il cielo e le nuvole. A nessuno interessava quello che facevo. Quando tornavo a casa, trovavo sempre un altro uomo nell’appartamento. Qualcuno mi accarezzava, qualcun altro mi tirava schiaffi. Fra i tanti c’era Tiziano, il macellaio del quartiere, un essere viscido.
Ogni volta che lo disturbavo mentre si faceva mia madre mi picchiava duramente. Dopo la guardavo negli occhi, a lei non interessava, si accendeva una sigaretta, faceva un tiro molto lungo lasciando sopra al filtro il suo rossetto cremisi e rispondeva pure lei con uno schiaffo dicendomi: «Sei uno stupido… mi hai fatto scappare il cliente, ora come paghiamo l’affitto? Lo paghi tu?»
William Tavecchia. classe 1990. Si diverte a scrivere racconti d’avventura, horror e sportivi. Esperto di arti marziali, ama il calcio e il pugilato. Il suo racconto “Il cuore di un pugile” ci svela quanta fantasia e umanità sia presente nel violento mondo della Boxe.
“Il diritto dei ragazzi è divertirsi come pazzi, stare con gli amici, giocare a palla o andare in bici. Poi c’è il diritto di non essere un campione. Fidati, è bello fare sport anche se sei uno scarpone”. Letizia Pasqualotto
Le “battaglie” calcistiche tra le Nazionali italiane e tedesche hanno fatto la storia del calcio dal secondo dopoguerra ad oggi. Unica ed indimenticabile fu quella di Messico ’70 terminata, come tutti sanno, 4-3 per gli azzurri di Valcareggi. Vanno ricordate poi, la finale di Spagna ’82 e la semifinale dei Mondiali del 2006. Ed è anche per questo (ma non solo) che tutti gli anni Raul Breitznel organizza durante il periodo estivo, a Monaco di Baviera, una sorta di gemellaggio tra squadre del settore giovanile di tutta Europa.
Quest’anno, a rappresentare la leva calcistica del 2006 dell’Italia, sono stati chiamati i ragazzi di un comune vicino a Milano, noto soprattutto per la presenza sul territorio di numerose etnie, tanto da sembrare una mini-selezione del resto del mondo: due bambini brasiliani, quattro italiani, un argentino, un francese, uno spagnolo e un rumeno. L’appuntamento è alle ore 8:00 alla storica stazione centrale di Milano. La partenza è fissata per le ore 9:15, l’arrivo previsto a Monaco è per le 15:30.
Il primo ad arrivare è Michel, il francese naturalizzato accompagnato dei suoi genitori tunisini, poi l’argentino Diego Armando, insieme alla famiglia catalana di Paco. Infine, i bambini brasiliani con gli italiani che, con il loro festoso rumore, attirano la curiosità dei viaggiatori. A chiudere Miculi, il bambino rumeno che raggiunge i compagni di squadra seguito da Nadia, la giovane zia materna. I suoi genitori non possono lasciare la città perché da poche ore è nato il loro secondogenito.
Alle ore 15:29 spaccate la locomotiva tedesca fa il suo ingresso nella stazione bavarese. L’indomani mattina, i ragazzini affronteranno un grande match: la sfida interminabile contro i loro coetanei tedeschi. Sono le dieci del mattino, l’Allianz Arena è gremita di gente. Ogni fetta degli spalti è riconoscibile dai mille colori delle bandiere. Il settore dei nostri tifosi è un arcobaleno, dove spiccano i colori della torcida e il tricolore italiano. Agli ordini del direttore di gara, il cileno Juan Pablo Allende, le formazioni d’Italia e Germania fanno il loro ingresso in campo. L’arbitro, nell’ambiente, viene chiamato affettuosamente “Wimbledon”, perché grazie al suo congenito strabismo divergente riesce a seguire contemporaneamente più fasi di gioco. I due capitani si stringono la mano e si scambiano i gagliardetti, per l’Italia, Gabo detto “Tarcisio” per la sua grinta nei contrasti di gioco e Franz, meglio conosciuto come il “Kaiser”, per la Germania. Anche se non si conosce il motivo per il quale giochi con il braccio destro sempre legato al collo, egli rappresenta un baluardo difensivo insuperabile. La partita ha inizio, i bambini della selezione italiana si affacciano timidamente nella metà campo tedesca…
Raimondo Pasqualotto: classe 1965. Da sempre innamorato dello sport, mi sono cimentato in diverse discipline ma sempre con esiti modesti. Fedele al motto “chi si diverte non perde mai”, mi sono sempre divertito sui campetti di periferia. Per me lo sport ha sempre avuto due significati: passione e condivisione.