Fast and Furious

“ Hey Hey Lets do it again BabyLets Do it Boom Boom Imma make em go crazy We gotta do it again…”  
Pitbull feat Lil Jon, Krazy, in Fast and Furious, 2009.

Nella mia vita ho sempre avuto culo… mi hanno ritirato la patente due volte a novembre e me l’hanno ridata a giugno… giusto in tempo per le vacanze. La “prima volta”, però, è come la “prima cotta”, non si scorda mai… Dopo essermi mollato con “quella di Gratosoglio”, ho condotto per un bel po’ una vita selvaggia e spericolata.Del resto, come dice il Liga, “Certe notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Certe notti la strada non conta e quello che conta è sentire che vai…”. Una sera, con una trentina di ragazzi di Quarto, praticamente la “Crème” del quartiere, siamo andati in un cesso di ristorante di Solaro, dove abbiamo mangiato e bevuto di brutto. Dopo cena, salutata la banda, via… noi si va a “caccia” alle Rotonde di Garlasco dove girano un sacco di “farfalline” modello Belén. A las tres y medio de la noche, dopo cinque FrozenMargaritas, Massimino – un colosso veneto di un metro e ottantacinque per 90 Kg – dopo un alterco al bar (“che cazzo ti guardi”, “fatti i cazzi tuoi”) con tre avventori grandi, grossi e tatuati, attacca briga anche con i due bodyguards del locale che ci buttano – non senza ragione – fuori all’addiaccio.

Tutti i disegni e le foto dei tattoo provengono dal sito ufficiale Italian Rooster

Mentre ci cremiamo una siga mirando las estrellas in maniche di camicia con due belle “tope”, appena conosciute, messe giù da gara, escono dalla porta secondaria della disco i tre caballeros del bar che ci vedono e cominciano a “puntarci” minacciosi serrando le mascelle: “Minchia è ora” penso rassegnato, “stasera ci mancavano pure le mazzate”. I tre cinghios si avvicinano a passo spedito verso di noi, io spengo la sigaretta, guardo negli occhi Massimino, allontaniamo le ragazze e mentalmente ci dividiamo i compiti: a me, come al solito, tocca quello più grosso… Vado incontro sorridendo amichevolmente al tizio rasato con il tribale maori che sbuca dal collo della camicia. Cerco di individuare la traiettoria migliore per non lasciare il fianco scoperto, ma il “maranza” improvvisamente accelera e mi taglia la strada cercando di colpirmi con un diretto destro al volto. Istintivamente mi abbasso, paro il colpo e gli sparo in “controgolpe” un destro d’incontro stile Savate al setto nasale, prontamente doppiato da un gancio sinistro alla bocca dello stomaco. Il tizio frana a terra senza respiro, volgo lo sguardo verso Massimino e osservo una scena che ha dell’incredibile. Vicino alla nostra macchina e ai piedi del mio amico giace contorcendosi uno dei due tipi, abbattuto da una testata.  Mentre mi avvicino con cautela, noto il terzo aggressore visibilmente spaventato indietreggiare sotto l’incalzante incedere del mio compare che, mulinando i pugni, si colpisce al volto da solo ripetutamente e con forza, alternando destro e sinistro, quasi fosse un punching-ball animato. “Massimo, ma che cazzo fai? Sei fuori? Andiamo via!!!” gli grido. Il richiamo sortisce l’effetto sperato. Il tizio si allontana correndo, Massimino la pianta con l’autolesionismo, io ritrovo, non senza difficoltà, le chiavi della macchina, carichiamo le tipe e ce la diamo a gambe, prima del ritorno degli zombies col tribale. Verso le cinque di mattina, “belli freschi e pettinati”, siamo fuori dal Borgo a sgommare sul piazzale della disco insieme ad un pappone albanese fatto come una biscia che, in un italiano stentato, dice frasi incomprensibili tipo “anch’io sgommare con Lamborgini!” Decidiamo finalmente di accompagnare le ragazze e tornare a casa ma, per quella sera, il fato ha disposto diversamente.

All’uscita della tangenziale, infatti, becchiamo la “Madama”. Una pattuglia della Polstrada ci fa segno di fermarci con la paletta. Accostiamo disinvolti, il “pulotto” si avvicina, mi fissa a lungo, mentre Massimino nasconde il volto tumefatto nel décolleté della “morosa”, e mi fa cenno di abbassare il finestrino della Golf : “Giovanotto, mi fa una soffiata nell’etilometro?” Dopo aver consegnato patente e libretto, tento inutilmente di invalidare, per ben cinque volte, il test ricorrendo ad una serie di trucchi da manuale on the road (iperventilazione, lingua in mezzo ai denti, ingestione surrettizia di quantità industriali di mentine e caramelle alla liquirizia). Dopo un’oretta di queste pratiche occulte, l’agente “occhio di lince”, un brachitipo con un pesante accento “noddico”, mi sgama e urla: “Ti ho visto! Esegui il test come Cristo comanda o ti porto in caserma e poi in ospedale per l’esame della Bamba!” Io lo fisso basito, sputo la men tina già succhiata e mi rivolgo all’amico Max: “Ma come cazzo parla questo? Sembra J-Ax… Tutte a me devono capitare… non è che qualcuno stasera mi ha fatto una macumba?” Il tasso alcolemico, ripetuto due volte, è di 1.55, tre volte superiore al limite: “cazzo, sono brillo come un camarillo… ma se ho bevuto solo due cocktails!!! Qué noche de mierda… Multa e sequestro della patente… meno male che fino a casa guida il mio socio…”

Stiamo percorrendo con la musica del Papeete a palla (sube el volumen!) e a velocità sostenuta via Varesina quando, ad un certo punto, quel pirla di Massimino si mette a limonare con la Giusy e, improvvisamente, perde il controllo della Golf GT. Dopo una serie di curve prese a 120 Km all’ora, ci imbattiamo in una rotonda, saliamo con due ruote sul marciapiede e, pim pum pam!, i cartelli stradali cominciano, improvvisamente, a volar via come birilli sulla pista da bowling… mi sembra di stare in un video gioco della Playstation tipo Grand Theft Auto…

La nostra folle corsa fast and furious termina, lasciandoci miracolosamente illesi, a pochi centimetri da un cancellata … una siepe ha attutito l’urto lasciando come ricordo sulla carrozzeria della macchina solo qualche ammaccatura e qualche graffio. È ora di insultare Massimino per la sua imperizia, scambiare qualche effusione con le tipe prima di riportarle a casa, farsi il bicchiere della staffa in qualche bar malfamato della zona e andare a nanna. Dopotutto, come dice la Rosy (no, non la mia ragazza… ma quella glamour di Via col vento) “domani è un altro giorno”.

                                                                                                   Dave di Quarto

Maurizio De Filippis, laureato in Storia. Ha pubblicato vari articoli di storia della medicina, storia ospedaliera e della sanità. Tra i suoi lavori più recenti: I Camilliani a Pavia. Dal 1693 al servizio dei malati, CdG edizioni, 2019; San Giovanni in Conca: storie, leggende, curiosità in Nell’omonima via. I racconti del Drago Verde, Edizioni della Vigna, Arese (MI), 2017; Un viaggio lungo un secolo in Tra mezzanotte e l’alba, Edizioni della Vigna, Arese (MI), 2015; L’Ordine dei Ministri degli Infermi nella storia della Chiesa di Milano, Ares, Milano, 2010.

“Alcuni luoghi sono un enigma. Altri una spiegazione”  cit.Fabrizio Caramagna

La “Gang” delle casette

Introduzione di Maurizio De Filippis

Questo contributo non va considerato né un saggio né un romanzo, ma semplicemente un invito alla riflessione per tutti coloro che hanno condiviso con noi “l’esperienza” di una “vita” vissuta nei quartieri della periferia milanese. I nostri quartieri costituiscono un luogo “reale” e “fisico” in cui le vicende individuali e quelle collettive – sedimentate  nel corso degli anni – formano un insieme multiplo di storie che, se opportunamente indagate, rivelano la stretta connessione esistente tra città e territorio, tra territorio e società. Quarto Oggiaro, Vialba, Musocco e Roserio hanno alle spalle una lunga storia, forse non molto conosciuta, ma profondamente radicata nella tradizione municipale milanese. Il tentativo di tratteggiarne un profilo, attraverso il “dialogo” con la propria memoria, i racconti e le cronache “minime” di alcuni dei suoi abitanti, costituisce l’oggetto del presente lavoro: riappropriarsi del proprio passato ripercorrendo le tappe più significative di un cammino che ha attraversato buona parte del Novecento, costituisce, in particolar modo oggi, una questione di importanza decisiva anche per il futuro della nostra città a volte sospesa tra Memoria e Identità.

  • “Da piccolo i miei mi mandavano in una colonia per bambini poveri; sulla spiaggia, invece dei castelli, facevamo le case popolari di sabbia!” – Mario Zucca.

La “Gang” delle casette  di Gianni Marangi

Si dice che la vita di un uomo si componga di attimi. Momenti fugaci che restano fissi nella mente e che cambiano per sempre le nostre esistenze. Forse, per dare un significato alla parola “felicità”, basterebbe tornare indietro a quegli istanti e ricordare come ci si sentiva e quali sensazioni ci rimasero impresse. Tra molti di questi momenti, io me ne ricordo uno in particolare. Ero appena uscito di casa in una tiepida mattinata di tarda primavera e mi stavo recando a scuola a piedi. Questa dista solo circa trecento metri da casa mia, ma quel breve tragitto mi rimase impresso per sempre. Mentre camminavo, un vento caldo mi sfiorava ed io, con la mia camicetta di cotone a quadri e la cartella sulle spalle, ebbi quello che gli ubriachi chiamano il “momento di lucidità”. Mi resi improvvisamente conto di essere felice. Stavo sì, andando a scuola, ma là avrei visto ancora Cristina, che mi faceva battere il cuore al solo pensiero del suo viso angelico e della sua voce leggermente rauca ma profonda. Non avevo altri pensieri. Il tempo era meravigliosamente sereno e il sole sulla pelle cominciava ad essere caldo. Vivevo una sorta di Sabato del villaggio di Leopardi, cioè la frenesia dell’attesa, la certezza poi rivelatasi infondata, che in quel giorno sarebbe cambiato tutto nella mia ancor breve vita. Eppure, quel giorno di primavera – in qualche modo – mi ha effettivamente cambiato anche se io vivo ancora nella stessa casa, nella stessa via e nello stesso quartiere di Milano e questo mi rende più semplice ricordare.

  • L’arte di Davide Andreoli

Ovviamente, non tutti i ricordi legati alla mia giovinezza sono positivi, ma una cosa che non mi è mai mancata è stata l’amicizia di tanti ragazzi e ragazze, che mi ha aiutato a  “sopravvivere” nel mio quartiere in quel periodo. Le nostre “basi” di ritrovo erano sostanzialmente tre: le “casette”, la “piastra” e il “dug out” (rifugio sotterraneo). Le “casette” non erano altro che due prese d’aria per il raffreddamento della caldaia che riscaldava tutta la via. Alte circa cinquanta centimetri avevano la sagoma di piccole case con il tetto spiovente sui due lati. Non erano molto comode per sedercisi sopra, ma ci si poteva sdraiare agevolmente mentre si stava con gli amici a chiacchierare e scherzare. Erano il ritrovo ufficiale della compagnia, dove noi, ragazzi e ragazze, passavamo i pomeriggi e le serate primaverili o estive, e dove avveniva il “grosso” della nostra vita sociale. Quello era il nostro angolo di mondo e nessun altro, inclusi i “bulli” di periferia, solitamente lo occupava.

  • la Gang

Noi eravamo denominati “la Gang” e, quello che era nato come un epiteto, divenne presto un nome simpatico con il quale ci definivamo anche noi stessi. Chi aveva iniziato a chiamarci così, intendeva probabilmente definirci ironicamente come la “gang degli sfigati”, ma con il passare del tempo, anche coloro che si ritenevano “in gamba” dovettero ricredersi e, spesso, provavano ad “infiltrarsi” senza successo tra di noi. In realtà, eravamo soltanto un gruppo di bravi ragazzi e ragazze che non facevano generalmente uso di droghe, che non cercavano di imporsi agli altri con la forza e che evitavano cattive frequentazioni, ma che, all’occorrenza, il più delle volte sapevano farsi valere e rispettare e tra i quali vi era un forte spirito di collaborazione reciproca. Lo strano è che, a parte qualche storia giovanile e qualche bottarella inespressa qua e là, nessuno di noi è finito “accasato” con qualcuna della compagnia. Comunque, eravamo un bel gruppo eterogeneo, composto da personaggi con forti caratteristiche individuali dove esistevano antipatie e rivalità che venivano comunque smorzate dallo spirito collettivo.

Intorno a noi, era in pieno fermento la Quarto Oggiaro degli anni Ottanta, con tutti i suoi problemi di droga e delinquenza. Le periferie della città di Milano imbottite di emigranti provenienti dai più disparati angoli dell’Italia meridionale, ma anche dall’allora povero Veneto, sembravano il frutto di una premeditata suddivisione – strada per strada – tra i vari flussi migratori. La nostra via, intitolata al II° Concilio Vaticano, era a maggioranza abitata da famiglie pugliesi e venete. Sarà stato forse per le caratteristiche peculiari delle due comunità prevalenti o della posizione periferica rispetto alla parte “calda” del quartiere, ma Concilio (per comodità mi riferirò da ora in poi così alla mia via), è sempre stata una sorta di “angolo sicuro” del quartiere, dove solo pochi episodi isolati ci ricordavano di vivere in un rione malfamato.

Gianni Marangi


– Tutti i disegni e le foto dei tattoo provengono dal sito ufficiale Italian Rooster

Gianni Marangi: Il mio nome è Antonio Marangi, anche se sono conosciuto da tutti solo come Gianni. Di professione faccio da più di trent’anni il tecnico televisivo (non quello che ripara i televisori , ma quello che “fa” la televisione!) presso la RAI di Milano. Amo da sempre scrivere anche se, per provare a farlo “sul serio”, devo lottare contro una pigrizia mentale fuori dal comune e il mio sogno sarebbe quello (comune forse a tutti gli aspiranti scrittori) di scrivere un romanzo che tratti una storia mai narrata prima e non banale. Chissà …

“Io, se in lei mi ricordo, ben mi pare”

 “Animula vagula, blandula…” M. Yourcenar, Memorie di Adriano, 1951

Sogno spesso la casa nella quale ho trascorso parte della mia infanzia, un appartamento al pianterreno nel palazzo condominiale di via Concilio Vaticano II, numero civico 3 a Milano. I miei genitori, italiani nati a Tunisi, dovettero lasciare la Tunisia da profughi nel 1960, a causa delle manifestazioni popolari seguite all’indipendenza ottenuta da questo paese nord-africano dal protettorato francese. Giunti in Italia, dopo qualche anno trascorso a San Giuliano Milanese in una casa assieme al resto della nostra numerosa famiglia, anch’essa immigrata per le stesse ragioni, si trasferirono nel rione popolare di Quarto Oggiaro, nella periferia nord ovest di Milano, per l’esattezza in via Concilio Vaticano II. Quando giunse la comunicazione dell’avvenuta assegnazione di questa casa popolare, i miei genitori piansero dalla gioia. Dopo l’abbandono in tutta fretta del paese nel quale erano nati, ove avevano lasciato ogni loro avere, la casa e i loro rispettivi lavori, si profilava l’inizio di una nuova vita, forse più serena. Vivere a Quarto Oggiaro si presentava sicuramente come un’opportunità migliore, la sistemazione era senz’altro più comoda: mio padre aveva trovato lavoro all’Alfa Romeo che aveva una sede nella vicina zona di Milano Portello e mia madre, di lì a poco, venne assunta in un grande ospedale milanese nel quartiere di Roserio.

            Mia nonna e mia madre (quest’ultima quando libera dalle varie incombenze di lavoro), solevano trascorrere intere ore sul balcone a parlare con la dirimpettaia, la signora Alice, una bravissima donna di origine friulana o con la signora Concetta del secondo piano, una loquace donna foggiana, fino a quando i rispettivi mariti, in preda ai morsi dalla fame, sollecitavano ciascuno nel proprio dialetto, in maniera stizzita, il rientro in casa delle mogli. Ricordo con particolare allegria i giochi in cortile assieme agli altri bambini più o meno coetanei: Giulia, Katia e Gianni, mio fratello, Daniela, Anna, Riccardo, un’altra bambina sempre con la candela al naso e altri di cui non ricordo il nome. Dopo brevi ma accese discussioni su quale gioco fare, si cominciava con “Un-due-tre stella”, per poi passare a “Nascondino” e “Palla avvelenata” fino all’ora in cui le nostre madri, per quanto riguarda invece noi bambini De Filippis, Nonna Maria Antonietta, ci chiamavano a gran voce dai balconi perché era pronta la cena.

            Mentre giocavamo, tra di noi c’era sempre qualcuno che stava all’erta per avvertirci se arrivava la terribile signora Pina, la portinaia o, per meglio dire, la custode del condominio che spesso giungeva all’improvviso gridando ed inveendo contro di noi per incolparci di chissà quale trasgressione delle regole condominiali tipo “vietato calpestare le aiuole”, cosa che in effetti facevamo spesso apposta per farla uscire dalla guardiola, per vederla con quel suo naso strano, mezzo adunco e mezzo a patata, con occhi stralunati di “bragia”, come un Caronte dei tempi moderni. Ogni tanto qualcuno tra noi bambini, al posto di proporre uno dei soliti giochi, lanciava idee più impegnative, come improbabili tentativi di recitazione, tipo quando avevamo deciso che ognuno di noi dovesse interpretare un personaggio di Frankestein Junior, Belfagor, il Fantasma del Louvre o La Freccia nera. A metà pomeriggio poi, si verificava puntualmente un evento meraviglioso, tipo l’intervento Deus ex machina nel teatro greco: dall’alto dei loro balconi la signora Maria o la signora Ada facevano scendere, per mezzo di una fune, un fagotto legato alla “bell’e meglio”… Quasi sempre si trattava della merenda o di altre prelibatezze da mangiare per i loro pargoli e per i bambini del cortile o a volte altre cose che potevano essere utili tipo un maglioncino, una sciarpa per coprirsi dal freddo.

            La mia prima amica in assoluto è stata comunque Daniela, che abitava in un’altra scala rispetto alla mia. La Daniela, come la chiamavo io, era nella mia stessa classe di scuola materna e uno dei ricordi più vividi riguarda quando in occasione di uno dei suoi compleanni (compiva cinque anni) sua sorella, molto più grande di noi, mi chiamò per invitarmi a casa loro dove aveva organizzato una piccola festicciola a base di Baci Perugina, altri dolciumi e Coca Cola, festa che si concluse con la visione di uno spettacolo, una sorta di teatrino in cui personaggi erano interpretati dai nostri cappelli a “pon pon”, tutti di colore diverso.

            Alla scuola materna di via Graf un bel dì, se così si può definire, dei piccoli teppistelli mi rubarono dallo zaino la “Barbie con le gambe dure”, uno dei primi esemplari di Barbie prodotti dalla Mattel, un nuovo acquisto di cui andavo fierissima. Rinvenni il corpo esanime della bambola dopo qualche tempo, sul prato della scuola, con il naso e le dita della mano sinistra mozzate: una vera e propria esecuzione in stile criminoso. Imparai da allora che, in qualche modo, in questo quartiere, come d’altro canto in qualsiasi altro ambiente, era necessario difendersi anche con le maniere cattive per poter “sopravvivere”.

            Quali sono stati poi gli altri luoghi della mia infanzia a Quarto Oggiaro? Senz’altro la “Latteria”, “Le Casette” e “La Cava”. La “Latteria” era un bar dove ovviamente vendevano latte da portare a casa, ma per noi bambini era qualcosa di più: una specie di rifugio, una meta obbligata in particolare durante la stagione estiva: qui potevamo trovare refrigerio bevendo la limonata e altre coloratissime bevande ipercaloriche o mangiando un unico tipo di gelato “fresco”, di colore bianco grigiastro, dal gusto simile alla panna. La “Latteria”era gestita dai fratelli Beppe e Marco, originari dalla Puglia: due simpatici omoni grossi perennemente indaffarati con ampi grembiuli sempre stropicciati.

            “Le Casette” e “La Cava” erano luoghi per lo più legati al gioco del pallone. “Le Casette”, altro non erano che uno spiazzo in cemento situato di fronte al Capolinea dell’autobus 57, al cui lato sinistro vi era un locale caldaie adibito, presumo, al riscaldamento dei palazzi adiacenti. “La Cava”, invece, era una sorta di campo giochi situato poco più in là, sotto il livello della strada, in un enorme campo sterrato. Io e Giulia, ci avventuravamo spesso in questi posti, un po’ distanti dal nostro palazzo, per spiare i nostri fratelli che con i loro amici avevano l’abitudine di fare delle lunghe e pressoché incessanti partite di calcio. Allora i nostri fratelli erano ormai cresciuti, non giocavano più con noi e non ci volevano assolutamente dietro: quando ci scoprivano ci dicevano di andar via, ma noi imperterrite ci divertivamo a seguirli a distanza, come le classiche sorelle minori rompiscatole.

            Passarono gli anni e verso la fine degli anni Ottanta-inizio Novanta, io ormai abitavo ad Arese ma mi tenni in contatto con Giulia e Katia, con le quali ci si vedeva il fine settimana durante le visite domenicali che i miei facevano allo zio Francesco (grande pittore!), alle mitiche zie Rosalì e Lucia e a Nonna Rosina che risiedevano ancora nel quartiere. In questo periodo fummo ammesse, ogni tanto, a unirci alla Gang dei nostri fratelli e dei loro amici, solo per eventi speciali quali le feste di Carnevale o qualche volta, andare a ballare in discoteca. Erano gli anni in cui andavo all’Università, lo IULM di Milano, ogni estate facevo degli stage di studio in Inghilterra o in Scozia e adoravo il look dark nonché la musica punk, hard rock e post-punk, che ancora ascolto.   Ovviamente il mio mito era Londra, città sempre all’avanguardia per quanto riguarda le mode, i movimenti artistici e musicali, che ho visitato in lungo e in largo. Anche in Italia non potevo fare a meno di esibire nel tempo libero, l’enorme Tshirt raffigurante la bandiera Union Jack, le scarpe clippers e fare i miei acquisti nei negozi preferiti dell’epoca: Lo Zoccolaio, dove c’era un vasto assortimento di scarpe, borse e gadgets di stampo anglosassone, Inferno, in fondo a via Torino, dal quale mi rifornivo per l’abbigliamento, Transex e Mariposa per i dischi. Per me all’epoca, tornare a Quarto Oggiaro dopo essere stata in centro a Milano era una cosa esaltante, mi sentivo come la vecchia star del punk inglese Johnny Rotten che dopo essere stato in King’s Road a Londra rientrava nella propria abitazione in periferia, a Finsbury Park. Qualche anno più tardi, dopo aver terminato gli studi universitari, persi definitivamente ogni legame con Quarto Oggiaro. Giunta alle soglie dell’anno Duemila con il suo Millennium Bug, ormai inserita in un contesto professionale “normale” a socialità “guidata”, abbandonai – ma non dimenticai mai – Quarto Oggiaro e il mio grande sogno Rock.

Debora De Filippis

La citazione del titolo “Io, se in lui mi ricordo, ben mi pare” è tratta dalla poesia Il fanciullo appassionato di Umberto Saba (1883- 1957), cfr. Il Canzoniere, Vol. I (1900-1920), in Tutte e poesie, a cura di A. Stara, Mondadori, Milano, 1988.

Debora De Filippis: Laureata in Lingua e Letteratura inglese allo IULM lavora presso un grande ospedale universitario milanese.

Tutti i disegni e le foto dei tattoo provengono dal sito ufficiale Italian Rooster di Davide Andreoli

Riscatto

“La musica è l’unico modo di fuggire senza allontanarsi da casa”. Aforismi, M. Nicosia

Agostino aveva perso il lavoro o forse non l’aveva mai avuto veramente. Metà della sua vita era volata via, senza che se ne accorgesse, dedicandosi a una cosa d’altri e ora si ritrovava chiuso in casa tutta la giornata, come i vicini di pianerottolo tanto criticati. Adesso pure lui origliava dietro la porta e assisteva dallo spioncino a tutti gli spostamenti di quella famiglia bizzarra, a cui prima non aveva fatto caso…Cosa era quel viavai misterioso che raggiungeva il culmine al venerdì sera, quando in pochi minuti tre coppie si intrufolavano in quella casa? E i sacchetti lunghi e appiattiti, tenuti con fierezza e riguardo, che potevano contenere?

Odiava e invidiava i cenni con lo sguardo che si davano i partecipanti a tali inusuali riunioni e si adirava quando, appena erano tutti nell’appartamento, non si sentissero più le voci, ma regnasse il silenzio, interrotto solo da qualche flebile applauso. Nemmeno il calendario sportivo, curiosato sul settimanale che gli passava mamma nei weekend, poteva giustificare tale andazzo. Saranno una setta, faranno sacrifici? Oppure una loggia massonica, dei pervertiti?

Quel venerdì Agostino, dopo tanto tempo aveva deciso di fregarsene. Il pacchetto che tanto aspettava finalmente gli era stato consegnato. Mentre sospirava soddisfatto all’ascolto a tutto volume della terza traccia dei Greta Van Fleet, la languida “Broken Bells”, bella da togliere il fiato, che lo faceva fluttuare nel tempo, ritornare bambino negli amati anni settanta, sentì suonare il campanello.

Copertina di Davide Andreoli

“Chiedo scusa, mi sono fatto prendere dal ritmo, abbasso subito il volume, non lo farò più…”

La coppia più giovane che si univa alla famiglia così strana lo prese per mano e lo portò da loro: a terra quattro giradischi e altrettante cuffie, tanti dischi sparpagliati e facce inebriate che a turno godevano di quella semplice, ma sofisticata e misteriosa arte che far star bene. Nessun vizio strano o inusitata particolarità. Semplicemente un viaggio, che permette di volare verso lidi lontani senza bisogno di muoversi, un viaggio nell’universo infinito della musica!

                                                                                 Alessandro Vailati

  • Tutti i disegni e le foto dei tattoo provengono dal sito ufficiale Italian Rooster di Davide Andreoli

Alessandro Vailati: “Laureato per sbaglio in economia e commercio, per sopravvivere alla matematica e alla statistica si è specializzato nell’indirizzo storico. Milanese di nascita, ma cittadino del mondo, è  sempre alla frenetica ricerca di stimoli che lo facciano sentire vivo. Ciò che rimane fermo nella  sua vita sono le tonnellate di musica, con un particolare pallino per quella blues che divora, rigorosamente in formato cd. Il suo motto è “Toglietemi tutto , ma non la cuffia Sennheiser”. Editor presso Blues Cluster, sito web di notizie e media e redattore per Loudd”.

Flashback

Cerco su ogni volto, un ricordo e sembra che il tempo non sia mai trascorso e un brivido chiude lo stomaco e so che le emozioni non muoiono mai – Fotoricordo, Gemelli DiVersi

Gennaio 2012: nell’epoca della globalizzazione, del boom di Twitter e di Facebook quotato in borsa, mai più pensavo che potesse accadere una cosa del genere. Alla sera, come di consuetudine apro il mio profilo di Facebook per aggiornarmi sulle novità degli amici ed all’improvviso vedo un susseguirsi di richieste di amicizia: Elena, Viviana, Melina, Antonello, Maurizio ecc…

Che emozione!!!!! Tutti miei compagni delle elementari….. da qua si riaprono tutti i cassetti della memoria e riaffiorano i ricordi d’infanzia che pensavo ormai dimenticati.

Silhouette di Davide Andreoli abbinata al racconto

È nel lontano 1967 che due giovani sposi, già a quell’epoca truffati da un imprenditore edile, con una bimba di appena due anni, ottengono l’assegnazione di un alloggio dell’Istituto Autonomo Case Popolari a Quarto Oggiaro in Via Concilio Vaticano. Qui inizia la mia infanzia. Prima frequento la scuola materna, nella sezione gialla, una struttura blu, circondata da un bel giardino con i giochi per i bimbi e con un salone enorme, dove a Natale tutti i bimbi si riuniscono per la tradizionale recita al cospetto di emozionati genitori; ricordo che essendo biondissima, per tutti e tre gli anni mi toccò la parte dell’angioletto.Cresco ed inizio le scuole elementari. Già dalla seconda elementare vado a scuola da sola anche perché, per raggiungerla, devo solo attraversare dei giardini. Esco di casa, dal mio cortile passo in quello di Viviana, le citofono ed insieme proseguiamo per i vialetti che ci portano al mitico cancello che delimita l’ingresso nel famoso piazzale delle scuole.

Oggi nel fare quel percorso non siamo spensierate come al solito:

questa mattina ci mettono tutti in fila nell’atrio, davanti alla porta della sala medica, per fare la vaccinazione… Che paura! Farà male? Noi non vogliamo andare a scuola ma subito cambiamo idea, le nostre mamme ci hanno promesso che nel pomeriggio ci ritroveremo a casa di Viviana a fare merenda e giocare insieme, potremo andare in cortile a giocare con l’elastico insieme agli altri bimbi oppure stare in casa e giocare con il nostro mitico Cicciobello. Che sarà mai una piccola puntura di fronte ad un pomeriggio di divertimento assicurato? Dobbiamo andare anche a catechismo dove chiacchieriamo con Don Sandro che ci prepara alla Comunione; così verso sera ci dirigiamo nella cappella di Concilio che ad essere sincera, non è una vera e propria chiesa ma un insieme di negozi adibiti a tale scopo…                                                          

Sonia Braga

  • l’introduzione al libro e lo stralcio del racconto di Sonia Braga intitolato “Flashback”, estratto dal libro “E non saprai mai se un ricordo”, pubblicato da Melquiades nel 2012. Il resto del racconto è disponibile su https://www.amazon.it/saprai-ricordo-meglio-Quarto-Oggiaro/dp/8890266767
  • Tutti i disegni e le foto dei tattoo provengono dal sito ufficiale Italian Rooster di Davide Andreoli
  • Sonia Braga, ha studiato all’Università degli Studi di Milano. Lavora presso Rollprint LC srl

Gangs of Amsterdam

 Il viaggio perfetto è circolare. La gioia della partenza, la gioia del ritorno – Dino Basili, Tagliar corto, Milano, Mondadori, 1987

Alla fine degli anni Ottanta, quando eravamo tutti ormai più che maggiorenni, decidemmo di intraprendere un viaggio itinerante per tutta l’Europa in treno con l’Interrail. Questo speciale abbonamento, al modico costo di trecentomila lire (circa centocinquanta euro di oggi), consentiva a tutti i minori di ventisei anni di viaggiare liberamente su qualsiasi treno del continente; bastava soltanto scrivere la destinazione su un libretto e si saliva al volo sul primo convoglio verso una destinazione spesso decisa in pochi attimi. A quel tempo, erano veramente tanti i giovani che approfittavano di questa occasione per esplorare il mondo e molti di questi, provenienti dall’ Italia o dall’Europa, li incrociammo in giro per il continente, ognuno con la sua storia personale.

         Il nostro fu un viaggio molto lungo e toccò le città di Amsterdam, Amburgo, Copenaghen, Stoccolma, Parigi, Tarragona e Strasburgo, e ci diede una variegata visione delle altre culture dell’EuropaOccidentale. Il muro di Berlino non era ancora caduto e l’Unione Europea si chiamava ancora CEE, con tutte le sue monete e la circolazione limitata delle merci e delle persone; Internet era ancora agli inizi e il termine “globalizzazione” era ancora sconosciuto ai più.

         In questo breve racconto, narrerò soltanto delle esperienze vissute da noi giovani di Quarto Oggiaro ad Amsterdam, in quanto è stata la città nella quale abbiamo sostato più giorni, e nella quale abbiamo trovato le prime e anche le maggiori differenze culturali e di costume rispetto all’Italia. Tornati a casa, ci rendemmo conto che l’esperienza maggiore non la ricavammo dal confronto con altre usanze e culture, ma dall’aver imparato a convivere insieme, tollerandoci reciprocamente e cementando la nostra amicizia molto più profondamente di quanto fosse mai avvenuto prima.

         La maggior parte dei componenti della “spedizione” aveva già iniziato a lavorare, ma alcuni non avevano ancora un reddito che gli consentisse di dormire in una stanza singola di un hotel di medio livello. Di conseguenza, avevamo deciso di stare tutti entro un margine di spesa molto basso, indipendentemente dalle finanze individuali e di arrangiarci “alla giornata”. Eravamo in cinque: io (Antonio), Enrico, Roberto, Giorgio e Alessandro ed eravamo curiosi di affrontare il mondo fuori non solo dal nostro quartiere, ma addirittura al di fuori della nostra Nazione.

         La nostra prima meta, fu la capitale della trasgressione di quel periodo: Amsterdam. In estate, migliaia di giovani provenienti da tutta Europa si riversavano nelle vie della città olandese alla ricerca di due cose: la droga e il sesso. Non era stata la prima ad attirarci, visto che se avessimo voluto farne uso non avremmo avuto problemi a trovarne a Quarto, ma eravamo fortemente motivati dalla seconda. Partimmo di sera, trascorrendo l’intera notte sul treno dove avevamo occupato uno scompartimento tutto per noi. Era difficile addormentarsi, a causa dell’eccitazione del viaggio e della scomodità delle poltrone. Quasi tutto il treno era occupato da giovani con la nostra stessa meta che facevano un gran casino cantando e suonando. Però, quando la notte era ormai sulla strada dell’alba, quasi tutti, inclusi i miei amici, cedettero alle lusinghe di Morfeo. Rimasero in piedi solo i pochi nottambuli.

Era strano essere svegli in piena notte, fumare una sigaretta al finestrino del corridoio e osservare il paesaggio in movimento ancora avvolto dalle tenebre domandandomi, alla vista di qualche abitazione con le luci ancora (o già) accese, che cosa facessero quelle persone… come vivessero. Nel mentre, lo sferragliare del treno ritmato in modo quasi regolare, faceva da colonna sonora ai miei pensieri, imprimendo per sempre quegli attimi nella mia mente. Eravamo già in Germania, visto che da un paio di ore erano salite a bordo le guardie doganali svizzere seguite, immediatamente dopo, da quelle tedesche per chiederci i documenti, interrompendo così il sonno di tutti per qualche attimo. Fino a quel momento non ero mai stato all’estero, se non a Chiasso, nella vicina Svizzera, che si trovava praticamente attaccata a Como. La sensazione che si prova quando si va incontro all’ignoto pieni di speranza, è indescrivibile, ed è proprio il sentimento che provavamo in quegli istanti…La mattina seguente – appena svegli – iniziammo a sciamare avanti e indietro per il treno, presi da una forte impazienza di arrivare a destinazione. Fu allora, che Enrico e Giorgio, i più spigliati con l’altro sesso, conobbero due ragazze olandesi molto carine e cordiali. Discutevano e scherzavano in inglese ed io e Roberto, ci tenemmo momentaneamente in disparte per via della “regola del cacciatore”, che implicava il fatto di non intromettersi quando un altro amico stava “broccolando”. Non ce la facemmo a resistere a lungo e pian piano ci avvicinammo e prendemmo parte al discorso, mentre Alessandro, che allora non era particolarmente ferrato in inglese, si limitava a sorridere e a guardarle. Scherzando e ridendo, riuscimmo a strappare aWillemin ed Ellen – così si chiamavano le due olandesine – il numero di telefono e la promessa di un appuntamento.

Entrambe di Amsterdam, stavano tornando a casa per il week end provenienti dall’Università di Utrecht, una cittadina distante una cinquantina di chilometri a sud dalla capitale. La nostra avventura in Europa sembrava proprio iniziare sotto i migliori auspici e quell’ incontro ci diede un’ ulteriore carica di ottimismo. Nel nostro vagare per il treno, facemmo anche incontri meno graziosi, ma in qualche modo interessanti, tra i ragazzi italiani diretti verso la metropoli olandese, constatando che il richiamodella droga era spesso maggiore di quello del sesso e che molti di loro provenivano dal sud Italia e non era la prima volta che si recavano ad Amsterdam. Tra di essi, ricordo in particolare una coppia di amici calabresi perché li incrociammo successivamente per le vie della città mentre cercavamo un alloggio, e alla nostra domanda su dove si fossero sistemati ci avevano risposto: “Non sappiamo ancora, per adesso andiamo in un Coffee Shop a farci una canna…”, lasciandoci in un primo momento attoniti e poi divertiti da quel modo di ragionare per noi sconsiderato. Ad un certo punto, sentimmo il treno rallentare e ci rendemmo conto di essere ormai prossimi all’arrivo in stazione. Iniziammo a sistemare le cose che avevamo tirato fuori per la notte e a chiudere gli zaini. Quando il convoglio si fermò, ci accodammo tutti verso l’ uscita e finalmente mettemmo piede sul suolo olandese.       

La stazione era moderna e non differiva particolarmente dalla Centrale di Milano. Forse era un po’ più piccola, ma, in mezzo a tutte le persone che andavano e venivano, era difficile da valutarsi. Le indicazioni, ad ogni modo, erano chiare e le seguimmo fino all’uscita, dove apparivano anche quelle del tourist office al quale decidemmo di affidarci per la nostra prima notte in città. Faceva molto caldo e l’ufficio era pieno di giovani nelle nostre stesse condizioni. Agli sportelli alcune ragazze, bevendo litri di caffè americano, si scervellavano per trovare la migliore sistemazione per tutti. Era agosto, il periodo nel quale la maggior parte delle persone andava in vacanza e trovare una sistemazione economica sembrava essere particolarmente complicato. Quando arrivò il nostro turno, non vi erano più molte opzioni tra le quali scegliere e ci trovammo costretti ad accettare di pernottare in una house-boat. Ne avevamo sentito parlare nei depliants che ci eravamo letti in vista del viaggio e gioco-forza avevamo pensato che fosse il caso di fare questa nuova esperienza. Dopo aver pagato in anticipo una notte, ci recammo presso il molo dove la nostra “casa” era attraccata. A differenza di quanto il termine house-boat facesse intendere, cioè che avremmo trovato una casa galleggiante, ci trovammo di fronte ad una barca vera e propria.

Dopo aver parlato con il proprietario ed avergli consegnato il coupon che attestava l’avvenuto pagamento all’agenzia, ricevemmo le chiavi di quella che sembrò, a noi digiuni di marineria, una botola che conduceva ad una sorta di stiva. Scesi dalla scaletta nella pancia della barca, ci accorgemmo con disappunto che erano state sistemate solo due coppie di letti a castello ai due lati dello scafo, mentre noi eravamo in cinque! Ci stavano già saltando i nervi e iniziammo ad alzare la voce, per decidere chi dovesse dormire per terra nel sacco a pelo tra le due coppie di giacigli. Alla fine, decidemmo di estrarre a sorte e la postazione più scomoda toccò a me, che accettai la decisione di cattivo grado. Ero deluso ed arrabbiato che il mio tanto anelato viaggio iniziasse in quel modo, perché con il mio lavoro estivo avevo guadagnato abbastanza bene ed avrei ben volentieri speso un po’ dei miei soldi per dormire in un albergo decente. Comunque, le regole erano state già stabilite ed accettate e non potevo iniziare le vacanze dissociandomene. Così, con la promessa che l’indomani avremmo cercato qualcosa di più confortevole, mi diedi pace e sistemai le mie cose sul “pavimento”. Eravamo stanchi,ma per niente al mondo ci saremmo persi il primo giro per Amsterdam e, dopo aver sistemato i nostri zaini e chiusa la botola, ci dirigemmo verso il vialone centrale che conduceva dalla stazione di Amsterdam Centraal al centro città.

Noi cinque costituivamo veramente un bell’assortimento di caratteri. Io ero un tipo molto disordinato e alternavo momenti di entusiasmo a momenti di risentimento durante i quali cercavo costantemente la polemica, anche per futili motivi. Enrico era una persona molto regolare nelle sue cose e tendente all’organizzazione, a volte in modo quasi maniacale, e se qualcosa o qualcuno gli impediva di compiere uno dei suoi riti giornalieri, diventava intrattabile per un bel pezzo. Roberto era prudente e “politico” nei suoi comportamenti ed amava essere sempre in prima fila per le decisioni importanti, ma non sopportava di essere minimamente contraddetto o non considerato. Giorgio era un individuo molto socievole e razionale, anche se a volte tendeva a proporre soluzioni che la maggior parte di noi trovava stravaganti, e quando il nervosismo ci faceva discutere animatamente, non si tirava certo indietro dalla discussione. Alex era divertente e socievole, ma profondamente testardo: se non condivideva qualcosa voleva sempre conoscerne il perché e il percome fino allo sfinimento; inoltre, non conosceva l’inglese e per ogni cosa si rivolgeva a me per conoscere il significato di questa o di quella parola. Era la nostra prima esperienza di vita in comune a lungo termine. Una cosa però ci accomunava tutti: la curiosità verso il sesso. Infatti, non a caso la prima tappa della nostra passeggiata nella peccaminosa Amsterdam fu il Museo del Sesso, un luogo fortemente pubblicizzato dalle guide turistiche. L’ingresso non si presentava particolarmente attraente. Una sola vetrina ci sembrava poco per qualcosa che si fregiava del titolo di “museo”. Pagammo l’ingresso in guldens (fiorini olandesi) e scendemmo per una scalinata, che ci condusse in una sala più grande di quanto l’esterno non facesse pensare. Ora non ricordo tutti i dettagli,ma ciò che vedemmo esposto ci fece ridere a crepapelle…

                                                                                              Gianni Marangi

Il mio nome è Antonio Marangi, anche se sono conosciuto da tutti solo come Gianni. Di professione faccio da più di trent’anni il tecnico televisivo (non quello che ripara i televisori , ma quello che “fa” la televisione!) presso la RAI di Milano. Amo da sempre scrivere anche se, per provare a farlo “sul serio”, devo lottare contro una pigrizia mentale fuori dal comune e il mio sogno sarebbe quello (comune forse a tutti gli aspiranti scrittori) di scrivere un romanzo che tratti una storia mai narrata prima e non banale. Chissà …

C’è sempre tempo per un’infanzia felice

“Pioggia che cade, vita che scorre cani randagi, cammelli e re magi forse fa male eppure mi va di stare collegato, di vivere di un fiato, di stendermi sopra al burrone di guardare giù, la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare…” Jovanotti, Mi fido di te, Buon Sangue, 2005.    

The art of Davide Andreoli  Italian Rooster

Quarto Oggiaro. Solo a pronunciare questo nome affiorano alla mente innumerevoli ricordi legati all’infanzia. Luogo dove le famiglie provenienti da ogni parte d’Italia si trovavano a convivere come le etnie dei nostri giorni, con lingue, usanze e costumi differenti. Cortili con una quantità infinita di persone, che d’estate si trasformavano in arene nelle quali i gladiatori una volta avevano l’accento pugliese, poi calabrese, poi veneto… (di milanesi poca roba). Il caldo e il vino poi facevano il resto, erano come la miccia e la dinamite; bastava un niente per far scoccare la scintilla e far partire lo “spettacolo” gratuito che spesso finiva con una riappacificazione sotto tutela delle forze dell’ordine come fossero i caschi blu dell’ONU. E noi figli di quei luoghi ci trovavamo a respirare aria di semplicità fatta di giochi improvvisati e voglia di trasgredire, dando spazio alla fantasia per cercare di ingannare il tempo. Per esempio, quando ci si appostava a carnevale nei pressi della fermata della linea 57, e poco prima che le porte si richiudessero per consentire alla “corriera” di proseguire la sua corsa, lanciavamo le fialette puzzolenti al suo interno producendo un fuggi-fuggi generale degli ignari passeggeri alla fermata successiva. La linea 57 che terminava in Concilio Vaticano, nome che per noi non significava nulla se non “qualcosa” che aveva a che fare con la Chiesa ma non sapevamo bene cosa, e che quando ci recavamo li per scendere con le biciclette dalla discesa della cava ci sembrava di recarci in un altro paese.

O quando si andava all’interno dell’Istituto Farmacologico “Mario Negri”, noto a livello mondiale, ma soprattutto a noi per i suoi alberi di albicocche che venivano depredati ogni estate dei loro frutti con la speranza che non fossero oggetto di esperimenti. E l’Esselunga di via Traversi? Penso che durante l’inventario delle merci, i conti non sempre tornassero soprattutto alla voce “stecche di cioccolato”, prevedendo il futuro perché per noi i prezzi erano già allora “molto corti”. Ricordo anche tutte le sedi dei partiti politici ormai scomparsi (PCI, PSI, PSDI) dove mi recavo con mio nonno che di politica non sapeva granché ma in quanto a bianchini… Locali dove erano in uso le sputacchiere utilizzate regolarmente dagli avventori, che vista la mia età si trovavano ad altezza viso (che spettacolo!).

L’oratorio era il luogo dove ci si recava per interminabili partite a ping pong e calciobalilla nelle giornate piovose e dove al bar si consumava il castagnaccio che ti faceva tossire come un fumatore accanito. La gassosa si beveva con la stringa di liquirizia come cannuccia. Ma soprattutto acquistare tutta quella roba da bere e mangiare non sarebbe stato possibile se alla cassa non ci fosse stata la signora Matilde orba a tal punto da accettare come moneta i biglietti dell’autobus privati grossolanamente del loro timbro con una cancellazione approssimativa e il ridisegnamento della striscia arancione.

Questi sono solo alcuni dei momenti che riaffiorano alla mente, soprattutto quelli piacevoli legati all’infanzia. Ci sarebbero tanti altri racconti di malavita, droga, delinquenza che in quegli anni facevano parte della nostra vita quotidiana e che ci hanno insegnato a riconoscere oggi persone e situazioni. Ma preferisco lasciare un che di romantico a queste sensazioni, anche se di romantico c’era ben poco.

           Luigi Giura

  • l’introduzione al libro e lo stralcio del racconto di Luigi Giura intitolato “C’è sempre tempo per un’infanzia felice”, estratto dal libro “E non saprai mai se un ricordo”, pubblicato da Melquiades nel 2012. Il racconto è disponibile su https://www.amazon.it/saprai-ricordo-meglio-Quarto-Oggiaro/dp/8890266767
  • La citazione del titolo si deve a Mario Zucca, cabarettista, doppiatore, attore e autore teatrale italiano in “C’è sempre tempo per un’infanzia felice”.
  • Tutti i disegni e le foto dei tattoo provengono dal sito ufficiale Italian Rooster
The art of Davide Andreoli  Italian Rooster

I racconti della Latteria

C’è un po’ della nostra vita in questi racconti, soprattutto per quelli che hanno vissuto le latterie milanesi, la nevicata del 1985 o hanno fatto il militare. Da questo punto di vista, il libro è generazionale.
Non sappiamo se sia stata la meglio gioventù, ma la nostra di sicuro…

L’antologia di racconti, a cura di M. De Filippis e R. Morales, è edita da Milano Meravigliosa di Ermanno Accardi.


“Un esordio sorprendente! È difficile descrivere tutto quello che rende affascinante la raccolta di queste storie di vita milanese perdutenella nebbia degli anni ˈ80. Da leggere e rileggere”!
“Il Corriere del Gallaratese”


“Un risultato davvero notevole! Un’ opera che colpisce per la sua originalità!”
“La Gazzetta del Lorenteggio”


“Dalla nevicata del 1985 all’incontro con i Muse le latterie anticipavano i tempi. Punto d’incontro
di personaggi a tratti romantici e a volte disincantati ma sempre tipicamente milanesi”
“L’Eco della Comasina”

#milanomeravigliosa#iraccontidellalatteria#distribook#allorablu#storiemilanesi#milanodabere#anniottanta

E non saprai mai se un ricordo… Millenovecentosettantaquattro

Giue’… Giuenn…”. Ogni mattina la voce rotonda della nonna s’infilava come una ninna nanna tra il cuscino e le lenzuola del mio lettino. Era stipato in un angolo della cameretta per far posto al divano letto matrimoniale dei miei genitori e a quello a una piazza di mia sorella maggiore. La più grande, anche se aveva solo un anno più di me. Stavamo tutti dentro un’abbondante dozzina di metri quadrati, dignitosamente stretti. Un ambiente razionale che non contemplava l’ipotesi di un poster di Zoff e dei fotoromanzi di mia sorella appesi alle pareti. I nonni stavano nell’altra camera, più grande.Con loro, nella culla dormiva mia sorella più piccola, la coccolina. Nella camera dei nonni giganteggiava un cassettone di legno massiccio marrone con sopra uno specchio sproporzionato che pareva il luna park delle Varesine quando saltavi sul lettone. Sul muro un’icona della madonna, di quelle con la lampadina incorporata che illuminava di rosso il cuore della vergine. Una luce fioca…

L’armadio ingombrava tutta la parete di fronte al letto; in cambio, ospitava l’intero guardaroba della famiglia: i calzoni di fustagno del nonno, le stoffe sgargianti che la nonna cuciva con la sua Singer sotto la finestra della sala, il paltò di lana di papà e i vestiti della mamma, anche quelli chic comprati da Penny, vicino alla circonvallazione. I vestitini di mia sorella piccola occupavano quasi tutto lo spazio. Più in alto c’era il corredo di mia sorella grande. Chili di lenzuola, federe e coperte ricamate a mano, comprate al mare in confezioni deluxe: “per quando si accaserà”, diceva la nonna. E poi, in un angolo in basso, c’erano le mie robe: pantaloni, magliette, camice, calze, mutande e, ovviamente, le scarpe da calcio, quelle con i tacchetti fissi e il grasso di foca per tenerle morbide.

“Uaglio’, spicch’t. ’A scì a scòul. Y’a teard”. Potevano essere le sette del mattino, quando la voce della nonna saliva di un’ottava. Tesa sulle corde vocali, impercettibilmente. Consonanti strozzate, vocali trascinate allo spasimo. Mia nonna parlava in dialetto pugliese, spesso con una curiosa inflessione milanese elaborata nel corso degli anni con la signora Ada attraverso  infiniti e spassosi cicalecci che riempivano le giornate assolate. Comunque, era un segnale. Giù dal letto. Colazione. Lavarsi le mani, la faccia e i denti. Pettinarsi. Vestirsi. Cartella in spalla. E via di corsa a scuola. Normalmente, tutta questa raffica di eventi si srotolava in una comoda mezz’oretta. Senza fretta, in una liturgia intima e domestica che poi si perde così, all’improvviso, da un giorno all’altro senza accorgersene. Ma qualche volta riaffiora tra i ricordi, in mezzo ai primi peli bianchi sulla faccia, davanti all’imbarazzo del tempo che passa…

                                                                              Giovanni Francavilla

Lo stralcio del racconto di Giovanni Francavilla intitolato “Milano 1974. Un quarto di storia” è estratto dal libro “E non saprai mai se un ricordo”, pubblicato da Melquiades nel 2012. Il resto del racconto è disponibile su https://www.amazon.it/saprai-ricordo-meglio-Quarto-Oggiaro/dp/8890266767

Giovanni Francavilla, nato a Milano nel 1966 è giornalista professionista e scrittore. Ha lavorato in diverse testate nazionali e ha scritto alcuni racconti che non aggiungono nulla alla letteratura, ma non ha alcuna intenzione di smettere.

Le immagini presenti nel libro intitolato “E non saprai mai se un ricordo. La meglio Quarto Oggiaro”, Edizioni Melquiades, sono del Tattoo Master Andreoli Davide www.instagram.com/italianrooster“

Gli Allora Blu a Spazio Baluardo- Milano