E non saprai mai se un ricordo… Millenovecentosettantaquattro

Giue’… Giuenn…”. Ogni mattina la voce rotonda della nonna s’infilava come una ninna nanna tra il cuscino e le lenzuola del mio lettino. Era stipato in un angolo della cameretta per far posto al divano letto matrimoniale dei miei genitori e a quello a una piazza di mia sorella maggiore. La più grande, anche se aveva solo un anno più di me. Stavamo tutti dentro un’abbondante dozzina di metri quadrati, dignitosamente stretti. Un ambiente razionale che non contemplava l’ipotesi di un poster di Zoff e dei fotoromanzi di mia sorella appesi alle pareti. I nonni stavano nell’altra camera, più grande.Con loro, nella culla dormiva mia sorella più piccola, la coccolina. Nella camera dei nonni giganteggiava un cassettone di legno massiccio marrone con sopra uno specchio sproporzionato che pareva il luna park delle Varesine quando saltavi sul lettone. Sul muro un’icona della madonna, di quelle con la lampadina incorporata che illuminava di rosso il cuore della vergine. Una luce fioca…

L’armadio ingombrava tutta la parete di fronte al letto; in cambio, ospitava l’intero guardaroba della famiglia: i calzoni di fustagno del nonno, le stoffe sgargianti che la nonna cuciva con la sua Singer sotto la finestra della sala, il paltò di lana di papà e i vestiti della mamma, anche quelli chic comprati da Penny, vicino alla circonvallazione. I vestitini di mia sorella piccola occupavano quasi tutto lo spazio. Più in alto c’era il corredo di mia sorella grande. Chili di lenzuola, federe e coperte ricamate a mano, comprate al mare in confezioni deluxe: “per quando si accaserà”, diceva la nonna. E poi, in un angolo in basso, c’erano le mie robe: pantaloni, magliette, camice, calze, mutande e, ovviamente, le scarpe da calcio, quelle con i tacchetti fissi e il grasso di foca per tenerle morbide.

“Uaglio’, spicch’t. ’A scì a scòul. Y’a teard”. Potevano essere le sette del mattino, quando la voce della nonna saliva di un’ottava. Tesa sulle corde vocali, impercettibilmente. Consonanti strozzate, vocali trascinate allo spasimo. Mia nonna parlava in dialetto pugliese, spesso con una curiosa inflessione milanese elaborata nel corso degli anni con la signora Ada attraverso  infiniti e spassosi cicalecci che riempivano le giornate assolate. Comunque, era un segnale. Giù dal letto. Colazione. Lavarsi le mani, la faccia e i denti. Pettinarsi. Vestirsi. Cartella in spalla. E via di corsa a scuola. Normalmente, tutta questa raffica di eventi si srotolava in una comoda mezz’oretta. Senza fretta, in una liturgia intima e domestica che poi si perde così, all’improvviso, da un giorno all’altro senza accorgersene. Ma qualche volta riaffiora tra i ricordi, in mezzo ai primi peli bianchi sulla faccia, davanti all’imbarazzo del tempo che passa…

                                                                              Giovanni Francavilla

Lo stralcio del racconto di Giovanni Francavilla intitolato “Milano 1974. Un quarto di storia” è estratto dal libro “E non saprai mai se un ricordo”, pubblicato da Melquiades nel 2012. Il resto del racconto è disponibile su https://www.amazon.it/saprai-ricordo-meglio-Quarto-Oggiaro/dp/8890266767

Giovanni Francavilla, nato a Milano nel 1966 è giornalista professionista e scrittore. Ha lavorato in diverse testate nazionali e ha scritto alcuni racconti che non aggiungono nulla alla letteratura, ma non ha alcuna intenzione di smettere.

Le immagini presenti nel libro intitolato “E non saprai mai se un ricordo. La meglio Quarto Oggiaro”, Edizioni Melquiades, sono del Tattoo Master Andreoli Davide www.instagram.com/italianrooster“

Gli Allora Blu a Spazio Baluardo- Milano

E non saprai mai se un ricordo

Questo contributo non va considerato né un saggio né un romanzo, ma semplicemente un invito alla riflessione per tutti coloro che hanno condiviso con noi “l’esperienza” di una “vita” vissuta nei quartieri della periferia milanese. I nostri quartieri costituiscono un luogo “reale” e “fisico” in cui le vicende individuali e quelle collettive – sedimentate  nel corso degli anni – formano un insieme multiplo di storie che, se opportunamente indagate, rivelano la stretta connessione esistente tra città e territorio, tra territorio e società. Quarto Oggiaro, Vialba, Musocco e Roserio hanno alle spalle una lunga storia, forse non molto conosciuta, ma profondamente radicata nella tradizione municipale milanese. Il tentativo di tratteggiarne un profilo, attraverso il “dialogo” con la propria memoria, i racconti e le cronache “minime” di alcuni dei suoi abitanti, costituisce l’oggetto del presente lavoro: riappropriarsi del proprio passato ripercorrendo le tappe più significative di un cammino che ha attraversato buona parte del Novecento, costituisce, in particolar modo oggi, una questione di importanza decisiva anche per il futuro della nostra città a volte sospesa tra Memoria e Identità.

  • “Lassa pur ch’el mond el disa | ma Milan l’è un gran Milan, cit. Giovanni D’Anzi

Il “Mondo in un quadrato” di Elena Parisio

Intorno ai 10-12 anni il gioco che andava per la maggiore era “palla tra due fuochi”: si formavano due squadre con un numero identico ma imprecisato di giocatori, un gruppo stava all’interno e l’altro all’esterno; quello all’esterno doveva passarsi la palla senza farsela prendere dalla squadra interna; se la palla veniva intercettata dall’avversario, chi l’aveva lanciata veniva eliminato. Vinceva la squadra che riusciva a far fuori tutti gli avversari.

La cosa che più faceva appassionare a questo gioco noi bambini, era che ci permetteva di stare tutti insieme, senza malizia, femmine con maschi – quando ancora in oratorio ci dividevano in due strutture adiacenti – figli di pugliesi con figli di siciliani, napoletani con veneti, figli di operai con figli di piccoli commercianti o semplici impiegati, il tutto con l’ingenuità dell’epoca e delle nostre età, ovvero senza pregiudizi legati alla provenienza o al ceto sociale. Oppure si trascorrevano ore con i pattini a rotelle, di quelli che si mettevano sopra alle scarpe da tennis e che si allungavano con una specie di chiave inglese, mano a mano che cresceva il piede. Il problema è che io sono sempre stata molto più alta della mia età e così a dieci anni portavo già il 39 di scarpe e l’affettuoso appellativo di “Giraffa” !!, così i miei bei pattini a rotelle li ho potuti usare solo per poco tempo e per lo stesso motivo non ho mai potuto avere in regalo dai miei genitori i pattini “veri”, quelli con lo scarponcino bianco che qualche amica (figlia unica) sfoggiava in eleganti piroette nel nostro cortile. Ma la cosa più divertente di tutte era scendere dallo scivolo dei portici proprio con indosso i pattini o con la bicicletta e poco importava se si cadeva e magari ci si rompeva un braccio o, alla meno peggio, si rimediava un buco nei pantaloni e una bella sbucciatura sulle ginocchia; senza tante storie, si ritornava in sella e si ripartiva, magari dopo qualche giorno perché dovevamo scontare il castigo impartito dai genitori, non tanto per l’ennesimo capo di abbigliamento da rammendare, ma per aver tentato di dare la colpa alla lavatrice per i pantaloni bucati trovati nel suo cestello.

Nei pomeriggi d’estate, interrompevamo i nostri giochi solo quando sentivamo provenire lungo la via De Pisis, il richiamo di Tomea il signore dei gelati, a bordo del suo Ape Car. A frotte correvamo da lui per assicurarci un cono oppure un ghiacciolo con sopra una spatolata di gelato che a noi sembrava essere il più buono del mondo. Con il mutare delle stagioni e con l’avanzare dell’ età, le compagnie cominciavano ad abbandonare il “cortile davanti”, per spostarsi ai “giardinetti di dietro”, dove c’erano delle panchine sulle quali prendevano posto anche dieci ragazzi, chi sul sedile, chi sullo schienale, a parlare e a discutere sulle mode dell’epoca.

Molto gettonato era anche “il quadrato”, uno spiazzo in cemento dove erano stati posizionati i tipici giochi per bambini (l’altalena, lo scivolo, ecc.) e che aveva le dimensioni ideali per poter disputare delle interminabili partite a tennis; in quel periodo, nel 1975-1976 noi ragazzine eravamo tutte innamorate di Adriano Panatta e la squadra italiana di tennis vinceva la Coppa Davis, e noi con le nostre racchette di legno e corde in budello, tra un dritto e un rovescio tentavamo di riproporre delle eleganti “Veroniche” e “Volée”, molto spesso con risultati imbarazzanti ed esilaranti insieme.

Stavamo ormai inesorabilmente entrando nel periodo “ormonale”, il che significa, anche per gli adolescenti di oggi, facce brufolose e prime cotte, una vera miscela esplosiva; era il periodo in cui le ragazze cominciavano a spasimare dietro a quegli stessi ragazzi che fino a poco tempo erano solo innocenti compagni di giochi, ma senza avere il coraggio di confessarlo e limitandosi a “spiarli” dalle finestre delle loro camerette, tappezzate dei poster dei divi dei fotoromanzi Lancio; i ragazzi, a bordo dei loro Ciao blu o Garelli rosso, cominciavano ad abbandonare il cortile ed il quadrato per raggiungere la città, in cerca di nuovi svaghi e compagnie, ma molto più spesso ragazze “vere”, perché noi per loro eravamo un po’ come delle sorelle. Ma l’abbandono dei cortili e il ritirarsi dalla vita di quartiere ormai stava diventando irreversibile per tutti noi adolescenti. Il cortile non era più quello spazio rassicurante e di puro svago che aveva animato la nostra infanzia, ma si stava rapidamente trasformando…

                                                                                              Elena Parisio

Lo stralcio del racconto di Elena Parisio intitolato “Il Mondo in un quadrato” è estratto dal volume “E non saprai mai se un ricordo”, pubblicato da Melquiades nel 2012 e  disponibile su https://www.amazon.it/saprai-ricordo-meglio-Quarto-Oggiaro/dp/8890266767

Il tatoo master Davide Andreoli www.instagram.com/italianrooster  sue le immagini presenti nel libro https://it-it.facebook.com/Italian-Rooster





Antonello Consiglio, Melina Musarra, Roberto Beccafogli, Maurizio De Filippis, Viviana Centis, Elena Parisio